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lecronachediunernia il blog di Emma Santo
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Curiosità
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9 dicembre 2010
Unernia trasloca
Se vi va, potete andare a trovarla qui:






Ci conto (ma poco, che la matematica non è il mio forte)

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16 novembre 2010
il piccolo VaL e l'ombelico mammone

Non aveva mai creduto alle bugie, VaL.

Le riconosceva subito, non solo per via delle gambe corte, del naso a pinocchietto che arrivava fino a metà polpaccio e del morbillo bianco che facevano venire alle unghie, e neanche perché stavano sempre lì a reggere il moccolo di cera a chi mangiava il lume di candela e poi lo starnutiva perché dà allergia se non sei un luminare, e VaL non lo era.

Erano bravi a riconoscerle tutti, così.

Invece VaL le smascherava ancora prima degli altri perché sentiva l'odore della panzana indorata e frottola lontano un miglio, mangiava come un uccellino da sempre, se non ci riusciva lui chialtri ci poteva riuscire!

E visto che chialtri abitava in un altro quartiere, VaL nel suo era ancora l'unico a cantare Vittoria, il canto della regina inglese di cui ricordava sempre e solo la melodia, perché lui dell'inglese masticava giusto qualche parola, poi puntualmente le sputava, in anticipo gli rospavano la gola, e in ritardo capiva che quel gesto non era affatto principesco, ma tutti continuavano a dirgli di sputare il rospo e lui non se lo faceva saltellare in gola due volte.

Val, dicevamo, aveva fiuto per le bugie, soprattutto per quelle grandi quanto la casa delle bugie - che poi era un bugigattolo, a sentire la verità.

Quante volte le bugie lo avevano ospitato con la scusa di un tè delle cinque tèrre, un tè speziale, alla menta piperita patty, quella con le foglie rosse piene di lentiggini.

“Mi offrono un mentatè, queste mentecatte, ma io non me la bevo la menta! Mentano loro, io non mento!”, rimuginava mettendo il broncio a tavola e lasciando poco spazio al servizio made in china, realizzato da inchiostratori incalliti alle mani.

“Ditemi la verità”, disse una volta per tutte le volte che i suoi genitori non avevano avuto il coraggio di dirgliela.

“Non è vero che mi ha portato la cicogna”.

“Beh...”, belarono perplessi sua madre, suo padre e sua nonna che passava di lì per caso e che aveva capito se era vero che gli avevano portato la cicoria, che lei sapeva bene che al piccolo VaL non piaceva mica la verdura.

“E non è vero che mi avete trovato sotto un cavolo”.

“Eh...”, sospirarono la mamma e il papà, e sospirò anche la nonna, che sotto al tavolo non lo cercava mai, eppure si nascondeva sempre là quando voleva scappare dal cucchiaio di legno che oramai conosceva il suo sedere meglio delle pentole e di quello che era costretto a mescolare.

“Allora da dove sono venuto?”, gridò nello sconcerto più totale, quello dove si suona senza musica, perciò poi tutti restano a bocca aperta e asciutta di sillabe suonate.

“Dall'ombelico della mamma”, rispose indicandoglielo (a scanso di equivoci) il papà, convincente come un dromedario che dice di riuscire a passare per la cruna di un ago [in fondo si è tolto una gobba apposta, furbo lui, mica come voi ricchi che non riuscite ad entrare nel regno dei cieli perché il portafogli ve lo dimenticate sempre sulla terra, Mister e Misscredenti!].

VaL sentiva odore di menzogna ma forse era il ragu che aveva perso l'accento francese per filarsela all'inglese da quel sugo bolognese.

“E come avrebbe fatto la mia testa così grande a passare da un buco così piccolo?”, chiese VaL sospettoso come un rinoceronte che cerca di capire chi gli ha messo le corna proprio davanti agli occhi, facendolo diventare l'unico animale strabico del pianeta terra terra.

La mamma e il papà si guardarono allibiti, la nonna invece si guardò allagata. La lavatrice era stufa di essere usata per le verdure in umido. “Non ti scaldare così tanto”, l'aveva ammonita più volte l'ammoniaca, per non parlare dell'ammorbidente che l'aveva ammorbata a dovere.

Ma lei si era stufata per modo di dire davvero, era diventata una stufa vera e propria. Così le si ruppero le acque, tanto per restare in tema con l'argomento intavolato dal piccolo VaL, che sapeva solo apparecchiare discorsi, mentre di sparecchiarli non ne voleva mai sapere.

Tutto ora rischiava di finire in una gigantesca bolla di sapone al profumo di Marsiglia che ci provava a volare, ma riusciva solo a rotolare per la casa, facendo rotolare con sé anche il papà e la mamma, la nonna, il ragu senz'accento e l'accento che se la stava svignando piano su un tronco sdrucciolo, il cucchiaio di legno, il tavolo, il cane Bù nascosto sotto il tavolo per sfuggire alla nonna che spesso scambiava la  sua pupù per il popò di VaL, l'ammoniaca e l'ammorbidente che l'avevano ammonita e ammorbata tante volte quella lì, prima che combinasse questo disastro qui.

E naturalmente rotolava anche il piccolo VaL, che però non si era arreso.

Voleva capire questa storia dei bambini e cosa c'entrassero le cicogne, i cavoli, i fiori, le api, le bocche sdentate, le teste pelate e ora anche gli ombelichi mammoni.

Prima però doveva capire come si faceva ad uscire da una bolla di sapone al profumo di Marsiglia e al gusto di tensioattivi anionici.

Magari, se avesse capito questo, sarebbe riuscito a trovare da solo una spiegazione logica a tutto il resto.

28 settembre 2010
intervallo

Insomma, sei sempre chissà dove, non avverti quando te ne vai, mi chiedono di te e non so cosa rispondere. Ma dov’è che vai, si può sapere? Ricordati che questa testa non è un albergo, hey non lasciarmi di nuovo al buio mentre parlo con te, sai! Ci sei? Dove ti sei cacciato ora?

...

..

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Perfetto, sono di nuovo senza cervello



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permalink | inviato da unernia il 28/9/2010 alle 15:24 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (5) | Versione per la stampa
25 maggio 2010
Il tenente che non teneva niente [terza e ultima - ma non terzultima - (s)puntata]
Era convinto di averli in pugno come mosche che si posano di odore in odore e le avrebbe schiacciate senza pietà, sebbene provasse sentimenti reconditi di trepidazione balsamica per quella donna con un nome che portava la femminilità in seno ma anche nelle gambe gazzelle, sulle labbra civette, tra le curve infestate da gatte morte, sulle natiche faraone che farebbero alzare la cresta a tutti i galli cedrati pronti a perdersi in un bicchierino analcolico. Quella storia stava diventando una squallida soap e lui non poteva assolutamente lavarsene le mani.
“Nullatenente!”, irruppe un insubordinato sul più “beh?”.
“Hanno trovato l’arma del delitto. Si tratta di un fucile a canne mozziconi, roba da tossici alle prime armi da fuoco. Forse un regolamento di conti pagati tutti dalla stessa persona, uno che scuciva soldi con la scusa delle mani bucate, un gangster scartato dal Big Brother perché era della Little Italy, un malandrino della malavita da non escludere con i malatempora che currunt. Insomma un poco di buono che ha fin troppo di cattivo.”
Forse la proprietaria non aveva pagato il pizzo e si trovava di fronte a una storia vecchia come quella dei merletti imbevuti d’arsenico che fa tanto film di quel regista molto bravo anche se gli davano del Capra. Ma certo! Quella donna che gli aveva dato uno scotch, probabilmente per tappargli la bocca, poteva essere l’anello mancante al dito di chi va a nozze con un caso come questo, scoprendo gli altarini con tutti i san pretini che ci sono sotto. Dove si trovava lei nel momento clou-seau? (“Quello sì che era un ispettore con tutti i cribbio!”, pensò tra sé e apperò il tenente che non teneva niente). Come aveva fatto a dimenticarsi di quella sventola tranne che d’orecchie, che gli aveva offerto un bicchiere sebbene lui avesse perso solo la brocca, per il resto non gli mancava niente? Si disse che doveva tornare in quel pub per interrogare l’unica presunta testimone oculata. Si vedeva che era sveglia, non come lui che odiava avere i minuti contati.
“Noi due abbiamo un conto in sospeso!”, lo sorprese però una voce alle spalle. Apparteneva al genere femminile, un’esemplare davvero singolare. M si voltò con il fare di chi avrebbe di meglio da fare ma fa quel che può e deve. Davanti a lei c’era la proprietaria del pub, l’avevano portata al suo cospetto e chi se lo coaspettava! La sua squadra rigava davvero dritto.
“Parli del diavolo e spuntano le donne”, rispose il nullatenente dalla proverbiale capacità di dire sempre la cosa giusta nel momento in cui la diceva. “Pensavo che offrisse la casa”, aggiunse poi con un sorriso a denti stretti ai ponti per non cadere.
“Non finga di non capire a cosa mi riferisco. Lei non sa chi sono io.”
“Si chiama Lara, porta una quinta di reggiseno coppa Malena, rigido ferretto fuori morbido ripieno Bellucci dentro, è sulla soglia dei 40 ma non è ancora entrata, ha un cane che ha chiamato Fido perché ha un marito bancario, il suo sogno era di debuttare alla Scala, peccato soffrisse di vertigini, per cui ha rinunciato alla danza e si è data all’hyppica ma i figli dei fiori erano ormai appassiti e allora ha deciso di buttarsi sul pub Blico. Un giorno un uomo alticcio, sul metro e settanta di ubriachezza, uno sbronzo come pochi le ha detto che assomiglia a Lara Croft. Da allora, ogni sabato sera mette in atto questa messinscema che ha chiamato Ecatombola Rider.”
M aveva scoperto le cartelle. Il dado era tratto e la cameriera aveva fatto srotolare di nuovo il suo amato red carpet diem.
“Capo non vale, mancava poco per risolvere il caso, potevamo vincere una batteria di pentole suonate!”, lamentò l’appuntato sul quaderno, mentre i tredici partecipanti tornavano alla vita di tutti i giochi.
“Lei sa chi è l’assassino, non è vero nullatenente?”. Lara era una in gamba, non si poteva certo dire il contrario cioè che di gambe ne avesse due, perché l’altra era stata sostituita con un mocio vileda ai tempi in cui andavano di moda i cyborg e il ballo della mattonella da lavare.
Sì, M lo sapeva. “L’assassino non può essere Sam, perché durante l’ora X era in una Y10 a cercare Donna e la prova è schiacciante come la cacca di un setter che la fa otto volte al giorno sempre alla stessa ora e sempre sullo stesso marciapiede, proprio dove l’ha pestata Sam poco prima di portare in macchina quel souvenir di una ricerca finita di merda. Devi sapere che io ho un olfatto apposta per questo tipo di annusate.
Donna, invece, aveva detto di trovarsi con un cliente ed è vero perché quel cliente ero io mascherato da bel tenentebroso. Il suo alibi è di ferro, come il pugno che mi darà ora che le ho svelato l’arcanoè.
Infine, anche lei Lara è da scartare, dato che al momento del delitto stava prendendo un’ordinazione al telefono dal mio collega che ama gli hamburger vegetariani perché sono gli unici che non si mangiano lo stomaco degli esseri umani.
Quindi l’assassino può essere solo il tredicesimo uomo, il maggiordomo che non era stato invitato all’ultima cena con i dodici apocrifi della Christie, un giallo che risorge dalle ceneriere di un clichèssia andato in fumo.”
I conti erano tornati e M rischiava di dover pagare per tutti. Un buon gioco si vede dal mattino, ormai era quasi l’alba, lui al gioco ci era stato, ora doveva andare altrove. Lo aspettava un’indagine vera, in fondo aveva affidato la sua vita al Caso, era giunto il momento di salutare quei bravi ragazzi quella buona donna quella sporca dozzina di bicchieri usati.
Il suo cercapersone lo aveva trovato, avevano bisogno di lui per risolvere una tragedia consumata durante una colazione strapazzata, un atto unico di follia ovicida. Quel giallo gli veniva offerto su un piatto d’argento, il nullatenente stava per passare dalla padella alla brace, doveva risolvere una faccenda scottante proprio ora che aveva  parecchi grill per la testa.
Era giunto da lontano il momento di partire. Dopotutto era un altro giorno ma francamente M se ne poteva anche infischiare.
 
12 maggio 2010
Il tenente che non teneva niente [seconda (s)puntata]
“Dov’era ieri notte tra l’una e le due del mattino?”
Donna sapeva che avrebbe dovuto rispondere solo in presenza del suo avvocato ma quest’ultimo era segnato sempre assente quando in appello facevano il suo nome manco gli stessero facendo la corte. Sua madre le aveva insegnato che a punto di domanda si risponde punto e basta, perciò così fece Donna, senza farsi pregare da chi a stento conosceva il padre nostro e di sicuro non la madre sua.
“Ero nella macchina di un cliente. Ho dato il cambio ad una mia collega che li fa fuori ogni volta che parte in quarta.”
“Conosce Sam? È lui che mi ha fatto il suo nome.”
Donna divenne cupola in volto: Sam lo aveva conosciuto a Roma, ma annegò quel ricordo in un no macchiato d’esclamativo che non convinse M, consapevole che una donna dice no quando vuole dire sì, sì quando vuole dire forse, forse quando vuole dire boh.
Così il tenente che non teneva niente portò quella buona donna per modo di dire Donna in questura. Lì c’era anche Sam, lupus in fabula rosa-ae pronto a diventare lapsus in tabula rasa-o non appena vide gli occhi di lei che avrebbero potuto fulminarlo in un lampo se avesse avuto l’ardire di scatenare una tempesta.
Ma Sam non aveva abbastanza fegato, dato che buona parte se lo stava pappando una cirrosi empatica, presa per solidarietà da alcuni alcolisti anonimi in nome di un’amicizia che per non tradire avrebbe fatto carte false, soprattutto se si trattava di quelle d’identità.
L’interrogatorio fu lungo e pieno di punti interrogativi. Sam non vuotò il sacco, c’era della farina dentro ma nemmeno quella era sua, sebbene le mani a impasto ce le avesse eccome.
“È lei o non è lei la Donna di cui mi hai parlato?”, incalzò il tenente che non teneva niente, nemmeno scarpe adatte all’occasione di essere calzanti.
“Chi disse Donna?”
“Tu, e hai fatto il danno, reo inconfesso del mio stivale che chiamano Italia.”
Non c’era niente che quadrasse nel perimetro di quella stanza. Dopo le precedenti affermazioni ora Sam negava di conoscere quella donna con la D maiuscola e l’onna minuscola, così M passò alle maniere forti e gliele diede di santa ragione fino a farsi venire un cerchio luminoso alla testa. Donna si inginocchiò ai suoi piedi pregandolo di smetterla ed il tenente che non teneva niente ritornò in se senza ma.  
Lei sembrava un angelo caduto dal cielo, M sentì che gli stava nascendo un amore disperato, colpa di quel profumo al gelsomino che gli faceva sbocciare dentro l’essenza di un sentimento puromme che non deve chiedere mai, perché se c’è una che chiede quell’una è lei, sì ma quanto gli avrebbe chiesto? Sebbene Donna fosse una facile quella domanda gli veniva difficile.
“Sam ed io ci siamo conosciuti a Roma”, sbottonò lei, mentre per M l’atmosfera si faceva hot come quel cane americano che ha inventato il suo panino preferito.
“A quei tempi eravamo pappa e ciccia, finché non mi sono messa a dieta. Sam mi ha tolto dalla strada e mi ha messo sul marciapiede, è stato il suo modo di dirmi tamo senza quell’apostrofo rosa che mettete nei baci insieme alle frasi sporche di cioccolato. Avevo creduto nel suo amore ciecamente, glielo leggevo in braille nel cuore. Io avevo occhi solo per lui e il mio corpo per il resto del mondo, ma Sam era geloso, “io a te ci tango” mi diceva, tirando in ballo ragione e sentimento, orgoglio e  pregiudizio…”
“Il famoso Jane Austin Power”, pensò il nullatenente senza dirlo, perché se l’avesse interrotta poteva rischiare di non trovare più il bandolo della maitresse.
“… E poi la famiglia, i figli… Così gli ho detto che ero incinta e lui si è messo a piangere come un bambino, prima che gli confessassi che non sapevo se fosse suo o di chi per lui. Allora Sam ha fatto come i coccodrilli che ho ai piedi, si è pentito di avermi trattato come l’eroina con la corona, come la sua droga queen insomma, ha alzato i tacchi di altri due centimetri per sentirsi all’altezza della situazione ed è andato via, lasciandomi al mio destino d’estinto amor che a Nullo ha amato ma a lui di più.”
Sam la guardava con aria  circospettatrice, come se davanti a sé un equilibrista stesse per perdere il filo del discorso funambolo e precipitare nell’oblio di una morte obliteratrice senza biglietto di ritorno. Donna aveva ammesso di conoscere l’indiziato e questo era già un buon indizio in una storia che sembrava senza fine. M voleva vederci chiaro, ma un moscerino nell’occhio sinistro rischiava di impedirglielo.
Ora c’era da capire perché si dovevano incontrare e perché avevano fatto fuori i clienti che erano dentro al pub Blico.

[continua...]

30 aprile 2010
Il tenente che non teneva niente
Non c’era un’anima nel pub Blico, solo corpi senza vita.

“L’ennesima ecatombola! Se credono che farò il loro gioco sono fuori strada, e non mi vengano a dire che è stato un incidente”, pensò il nullatenente, il tenente che non teneva niente, eccetto la lettera M.
In quel posto dimenticato da Dio insieme ai due euro nel carrello di un supermercato, la gente spendeva il suo tempo denaro senza dover nemmeno mettere mano al portafoglio, bastava che scoccasse l’ora X. Quale fosse però era un’incognita per tutti, tranne per chi aveva un orologio con i numeri romani.

Il nullatenente aveva avuto una soffiata da chi era solito gridare ai quattro venti finché qualcuno non gli rispondeva. C’erano tredici cadaveri su quel pavimento e M capì subito che metterli allo stesso tavolo non era stata un’idea fortunata.

Mentre la proprietaria del locale gli portava un whisky doppio smalto, ché aveva da poco fatto la manicure, una strana figura si affacciò alla porta. Non era geometrica perciò il conto non quadrava e il tenente che non teneva niente ne approfittò per non pagare. Era un uomo sul cinquantino, gli si leggeva in faccia che non capiva un turbo.
“Perché è qui?”, gli domandò M.
“Sono un abituè”, rispose lui
“Ha! Lo vedi? Non capisci un’acca! Tra l’altro l’hai appena omessa, perciò ti conviene pregare”, esclamò il nullatenente, mortificato per quella consonante mancata che non ha mai voce in capitolo, soprattutto se è stato appena chiuso.
“D’accordo, vuoi che canti?”
“Canta pure che poi te le suono.”
“Mi chiamo Sam.”
“Bene, così posso suonartele ancora.”
“Cerco una donna, una di quelle con la D maiuscola e l’onna minuscola. Una donna che si chiama Donna e ha fatto un pasticcio, proprio lei che non sa cucinare.”
Sam aveva gli occhi come due fessure, utili se era in posti privi di finestra, un naso aquilino che gli dava un aspetto reale e una dentatura perfetta, per la quale doveva ringraziare l’apparecchio odontopratico, facile da mettere da togliere e da ingerire quando gli dissero che aveva bisogno di una dieta a base di ferro.
La maglietta aderente puro cotone fuori pelo umano dentro metteva in risalto il suo fisico asciutto, tipico di chi non si fa una doccia nemmeno a parlarne figuriamoci a farne.

M si accese una paglia e pensò di essere passato dalle stelle alle stalle.
“Vacca boia!”, esclamò mentre si soffermava sui prezzi di un cappuccino incappucciato con latte parzialmente latte e l’aggiunta di additivi che nessuno additava.
Sam approfittò di quella distrazione per puntargli una pistola alla schiena ma M aveva un’ernia del disco e gli bastarono 45 giri per metterlo al tappeto rosso che la cameriera faceva srotolare sotto i suoi piedi per sentirsi una Star mentre serviva il brodo.
“Adesso ti farò delle domande e tu mi darai delle risposte, poi ti farai delle domande ti darai delle risposte e se sono sbagliate hai perso, sono stato chiaro?”, sussurrò M all’orecchio che non si sentiva tanto bene.
“Cristallino”, rispose Sam con un principio di cataratta.
“Chi è Donna?”
“Una escort, ma non sa guidare.”
“Perché la cerchi?”
“Aspettava un bambino.”
“Dove?”
“All’angolo della 90° strada.”
“Di certo non è un bambino acuto… Ma almeno è figlio tuo?”
“Ne dubito. Il test di paternità dice che è tutto sua madre.”
“Se sapevi qual era il luogo dell’appuntamento perché non ci sei andato?”
“L’ho fatto, ma Donna mi ha dato buca ed io ci sono caduto dentro.”

Per M la storia si stava facendo interessante, quasi più della preistoria, quando la vita era già una ruota e se la bucavi erano cavalli amari.
Era quasi sicuro che Sam c’entrasse qualcosa con la morte di tutte quelle persone e forse anche quella Donna non era estranea ai fatti, quelli che riescono col buco come le migliori ciambelle ed i peggiori i ciambellani, volgarmente noti come palle di lord.
L’aria era diventata tesa come corda di violino, il tenente che non teneva niente cominciò a prender nota, poi arrivato al Sol trovò la chiave e si sentì un Re.

Telefonò al suo collega che lavorava alla buon costume sebbene non fosse affatto un buon nuotatore. Donna aveva la fedina penale sporca come quella di una promessa sposa infangata dalle malelingue maledicenti delle malefemmine. Aveva messo il suo corpo all’asta per fare d’alzabandiera a chi si era rassegnato alla resa del pene d’amor perduto nella trama cotonata di un boxer che abbaia ma non morde.
M si presentò da lei con un mandato a quel paese, dato che arrivava dalla città.
Donna brillava di lucciola propria, non aveva papponi perché ci teneva alla linea e proprio per questo bisognava saperla prendere. Il tenente che non teneva niente entrò in campo, lei era un gran pezzo di squillo e il cuore gli vibrò senza suoneria sotto un cielo con la luna bluetutta.

[continua...]

18 marzo 2010
In principio era il verbo, poi arrivò la coniugazione [AnteFatto]
Si chiese perché scomparire solo dalla faccia della terra, perché non scomparire anche dalle braccia, dalle mani della terra, darsela a gambe levate dalla terra e regalate alla luna che se le mette in spalla così arriva prima in capo al Mondo e magari gli fa uno shampoo anticaduta gravitazionale con impacchi di tuorlo solare e albume di nuvola sbattuta, un trattamento che è la fine del Mondo e l’inizio di una rinascita capillare, estesa anche a chi non ha i piedi per terra perché cammina col naso per aria e sebbene abbia la testa per dividere le orecchie di certo non è salutare dividerla dal resto del corpo, anche perché salutare è la parola “ciao”, a meno che il momento dei saluti non sia definitivo e allora addio, sì, è a lui che si dà il saluto più estremo, a dio, che forse aveva anche qualcosa da dire ma potrebbe farlo solo a tempo debito, che gli deve ridare indietro tutto, anche il diritto di replica sul primo satellite che ha creato, la luna, mentre gli altri non sono stati che pallide imitazioni, ma meno pallide della sua creazione, questo è chiaro come il sole, ma di tutt’altra fattezza chiaro, che quel che è fatto è fatto in fondo, e allora quasi quasi si rifà tutto daccapo, tutto come dall’inizio, si riparte dallo zero assolutto con la morte dei numeri primi, dal nulla di fatto e ancora tutto da fare, si riparte da quando non c’era proprio niente, nemmeno lui, che si è fatto da solo come uno solo dopo di lui, almeno per sentito dire ma non per visto fare, si riparte  da allora, da quando non c’era neanche lui, il creatore di tutto quello che vede sotto i suoi enormi piedi, quel grande pallone colorato pieno di nomi, cose, animali, città, come quel gioco, perché era questo in fondo, un gioco, solo che nessuno lo aveva capito, lo sapeva soltanto lui che l’ha inventato di sana pianta e di malsano frutto, e quindi coraggio! ci vuole un punto, in fondo era solo una parentesi monda, perciò ora può bastare, si va accapo, si rifà tutto e lo si rifà meglio, un Mondo rifatto a sua immagine e somiglianza, ma che aspetto abbia non lo ha mai saputo, pare lo sappiano tutti tranne lui, questo è un mistero e se deve risolverlo allora rinascerà ispettore, anzi no, tenente, un tenente che parte dal nulla, un nullatenente, sarà il tenente che non tiene niente, eccetto una lettera, l’unica cosa che gli va di salvare, il resto può anche andare a farsi benedire purché non da lui, che ora ha troppo da fare, si deve appuntare sul cuore quella M, grande come quel pallone a cui sta dando il suo primo calcio, un tiro da campione del Mondo, peccato che forse nessuno se ne starà rendendo conto.
10 febbraio 2010
Quando la classe è acqua [Dolly va a scuola]


Il mare era pieno di banchi. C’era il banco dei pesci, il banco dei coralli, il banco di piovra, e poiché Dolly era una bambina sedeva al banco loto, che la faceva giocare sempre anche se non vinceva per un petalo.

Più di una volta, però, la piccola Dolly aveva fatto scena muta fingendosi un pesce tra i pesci e si era ritrovata dietro il banco dei pegni con due orecchie d’astice, perché un asino potrebbe nuotare solo in una leggenda metropolitana e in fondo al mare non ce n’erano di fermate.
L’alberoMaestro fece il suo ingresso trionfiale (una fiala per la caduta delle foglie, una per i ramitismi – reumatismi dei rami – e una fiala puzzolente, tanto per ridere senza senso, dato che per questo scherzetto l’olfatto gli partiva senza nemmeno salutare).
Ogni volta che spiegava restavano tutti muti come pesci appunto, quelli che si portavano il quaderno con penna e calamaro.
Quel giorno, l’alberoMaestro spiegò la tabellina del due e la tabruttina del tre, illustrò la danza dei numeri che hanno l’aritmetica nel sangue, fece la moltiplicazione dei pesci perché trovare il pane sarebbe stato un miracolo da quelle parti e assegnò un problema di alghebra.
Poi, passò all’italiano scritto italiano.
Fece un dettato su un dattero di mare che si aprì una ditta dove lavorava ad ore e divenne dittatore e dettò leggi e dette del dottore a chi era solo dotto ma non a ore per unire il duttile al dilettante e metterlo in una ditta di datteri dittatori come lui, finché qualcuno lo aprì in due mentre qualcun’altro gridava te lo avevo dittico, in una lingua morta chissà quando tanto che nessuno capì cosa stesse dicendo.
Dolly, però, preferiva di gran lunga le filastrocche. Con loro potevi rispondere per le rime senza offendere nessuno, tranne le rime stesse se te le dimenticavi, perché erano nate per essere ricordate a memoria di tempi immemori.
E poi le piaceva la canzone che per fare un tavolo ci vuole il legno per fare il legno ci vuole l’albero ma quando arrivava a questo punto l’alberoMaestro chissà perché si arrabbiava e così finiva in punizione dietro al banco dei pegni con le orecchie d’astice, giurando a se stessa che la prossima volta per fare il legno ci sarebbe voluta l’ikea, dove lavorano quelli che l’idea se la fanno venire con la K e perciò poi funziona.
Da quel banco, laggiù in fondo, Dolly guardava i suoi amici pesci e capì dal profondo del cuore e del mare che la classe non è acqua senza di loro.


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permalink | inviato da unernia il 10/2/2010 alle 23:51 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (20) | Versione per la stampa
26 gennaio 2010
Dolly del mare profondo
Dolly era una bambina come tante in un mondo come pochi, come uno a dire il vero, quello che l’aveva vista nascere in una casa con il tetto rosso fragola di bosco verde sotto un cielo blu cobalto pieno di nuvole bianche cobasse.
Aveva degli amici immaginari che le davano del lei come se fosse una signora ma solo fino alle cinque, quando l’atmosfera si scaldava e finivano per darle del tè con l’accento e con i biscotti al burro come quelli scozzesi che le piacevano tanto perché bastava mangiarli per sentirsi cornamusa di poeti traditi dall’ispirazione, che da diva che cantava d’ira funesta cambiò aria e si fece chiamare casta.
Dolly aveva una fattoria piena zeppa di zappe e zappatori zoppi e di animali che rischiavano di finire nella zuppa mentre lei si divertiva a fare zapping sui canali trasmessi dal mare che non aveva mai visto perché possedeva solo il digitale terrestre e non acquatico.
Una notte, accadde che la realtà superò la fantasia e la fantasia superò l’immaginazione e l’immaginazione superò i sogni, che però riuscirono ad arrivare primi facendo lo sgambetto all'immaginazione e alla fantasia, le due sorelle uscite di senno e di sonno.
E mentre Dolly dormiva, la sua stanzetta stava diventando una stanzattera, la cucina faceva largo ad una cabina, il portone prendeva in mano la situazione e diventava un timone, il salone prendeva il largo e si tramutava in galeone, le finestre esclamarono "oiblò!", e non ci sarebbero state le botte a bordo ma solo botti piene di succo di frutta all’ananasso di cuori che l'avrebbe data a bere ad un due di picche.
Quando si svegliò, Dolly e il mare si guardarono per la prima volta e lei restò a bocca aperta come un pesce fuor d’acqua ma senza pinne né fucili, solo con il suo colorato paio di occhiali.
Era a un tuffo dalla vita che l’avrebbe resa donna con tutti i carismi, perché chiunque l’avesse amata l’avrebbe seguita in capo al mondo, in culo alla luna e sulla coda di una stella a quattro zampe e a un.due.tre. punte, che se ne metti una in più cambi le regole di un gioco che esiste dalla notte dei tempi remoti, dove la luce non è ma fu.
Dolly fece un bel respiro profondo, mentre il mare tratteneva il vento.



8 gennaio 2010
Precari si naque, ma senza la c
[GioCoCoinCorro con Zop per Vite da Precari - cliccateci e capireteci]


SeraFino GiornoGrosso non era nato con la camicia, ma con un paio di mutande Dolce e Gabbiano che fecero di lui uccello emigrante fin dal giorno in cui la vita lo accolse con un caloroso “benvenuto” sullo zerbino del terzo mondo, perché nel primo e nel secondo c’era spazio solo per i figli di papà, e lui era nato dalla mamma.
Credeva che il lavoro nubilita l’uomo e dato che voleva sposare una nubil donna si fece in quattro per trovarne uno, così poteva mandare in giro gli altri tre e invitare i suoi amici a fare salotto, che a casa sua c’era solo una camera da letto ma non una camera da divano.
E venne il giorno, dopo la sera. E ne vennero altri trenta, e si sa che chi ha fatto trenta può fare anche trentuno, e chi ha fatto trentuno può fare salvatutti, così gli toccò essere stanato da un annuncio che rischiò di dare alla sua esistenza un giro di vite, seguito irrimediabilmente da un giro di bevute.
SeraFino GiornoGrosso pensò che rispondendo a quell’offerta di lavoro gli si sarebbe chiusa una porta e gli si sarebbe aperto un portale, perché in quel mare dove chiunque possiede una rete ma nessuno è pescatore avrebbe potuto trovare la soluzione a tutti i mali venuti per nuocere, senza sapere chi ce li avesse mandati.
“Cercasi tuttofare esperto”, diceva l’inserzione virtuale. Così, si recò al colloquio per vederci chiaro, sebbene un moscerino finitogli dritto nell’occhio storto glielo rendesse difficile.
Di tutto fare ce n’erano già sei, i tutto farisei, ma era gente d’altri templi.
La donna che lo aveva incomodato per farlo accomodare nel suo studio era in doppiopetto, ma per SeraFino GiornoGrosso di petto gliene sarebbe bastato anche uno solo. Tuttavia, quella moltiplicazione non poteva che dargli buonumore, mentre lei l’umore ce l’aveva cattivo come il suo alito che poteva far resuscitare un morto solo per la soddisfazione di vederlo morire ancora.
Gli chiese come avesse saputo di quel posto. Rispose che lo aveva visto libero e ci si era seduto sopra.
Il contratto era co.co.co, gli disse quella gallina, mentre lui tratteneva un deh esclamativo. Avrebbe fatto tutto come si confà al tuttofante che non è mai a cavallo, così come non lo era SeraFino GiornoGrosso, quando gli proposero di lavorare sette giorni su sette perché la domenica è il giorno del Signore e lui era ancora signorino.
Prima di congedarlo, quella donna gli domandò con tono militare: “Il precariato esiste?”.
SeraFino GiornoGrosso restò di sale e, dato che il sangue gli stava ribollendo da ore, pensò di apparecchiare la sua risposta migliore:
“Lo chieda al mio dentista: si sta arricchendo con le precarie! Prima che te ne accorga ti hanno strappato la vitalità dal tuo sorriso, mentre il tuo futuro è stato preso in ostaggio da un potente e da un anestetico. L’unica certezza che ti resta è che la tua vita è appesa a un filo, devi solo capire se cerato o non cerato”.

Fu così che SeraFino GiornoGrosso ottenne il suo primo e ultimo lavoro, in cui li sperimentò tutti, senza esclusione di colpe.

17 dicembre 2009
sentimenti
Andavo a cento all’ora perché c’era l’autovelox (storia di un amore metropolitano senza biglietto)
Il giorno in cui FulVia incontrò il grande amore della sua vita ultras-terrena, fu l’unico giorno che andò allo stadio.
Il cielo era di un blu esclamativo, il mare una tavola imbandita di pesci pascià: il più grande si chiamava Omar, senza l’apostrofo napoletano, un generale ottomano antenato dell’octopus, sebbene Omar non avesse mai avuto un brufolo, figuriamoci otto.
LudoVico era l’uomo della svolta e FulVia mutò d’accento ma non di pensier, facendolo saltare sulla i perché era più che certa che come FulVìa, insieme a LudoVico, avrebbe imboccato la strada giusta.
Il giorno che si incontrarono lo ricordava come se fosse ieri e infatti si erano incontrati ieri. Fu un incrocio di sguardi al semaforo delle emozioni segnaletiche che correvano oltre il limite consentito da chi vigila sull’andamento dei sensi unici, ausiliario del traffico di parole che invadono la corsia di un sentimento preferenziale, guardia giurata, senza dire lo giuro, del cuore che attraversa senza guardare un’arteria stradale nata ai bordi di periferia, come l’eros che canta ma non usa le frecce quando deve fare una manovra Hazzard.
Fu amore che non si arresta davanti allo stop della ragione, perché chi si frena è perduto e amare significa non dover mai dire: “mi dispiace, ma avevo visto quel divieto”.
FulVìa aveva guardato LudoVico dritto nei bublè oculari, musica per le cornee che gli aveva messo una vista infedele, e aveva aspettato che la raccogliesse sulla ciglia del raccordo sopracciliare per dirle che sarebbe stata la luce dei suoi occhi, finché non avesse comprato loro una lampadina.
Erano diventati come il pane e il burro, ma mancava il coltello e così si lasciarono senza aver mai consumato la passione che li ardeva perché non avevano neanche un focolare addomesticato che gli raccontasse una storia davanti al fuoco, come quelle che finiscono con un “e vissero tutti felici e contenti” senza mai specificare tutti “chi”.
FulVìa capì che era ora di voltare pagina, ma aveva già finito il libro, così si alzò, fece per aprire la porta ma quel fece per la bloccò. Si voltò a guardare LudoVico con lo sguardo perso nel nuoto che davano in tv, e capì che un parte di lei lo avrebbe amato per sempre, sebbene non avesse la minima idea di quale parte si trattasse.
Poi imboccò la strada che non aveva fame, regalò il suo accento ad uno gnu a cui avrebbe regalato volentieri anche una consonante in più se solo gliene fosse avanzata una, e girò il mondo gambe in spalla e zaino in mano, ché la diritta via era smarrita e ora cominciavano le curve.

6 dicembre 2009
Casalinghe Disturbate – I misteri di Winnie Pooh Lane [puntata pilotata]
Perché MariaAlice si era uccisa?
Forse perché non aveva mai capito se fosse giusto o meno togliere una A dal suo nome, e sessì ma quale? Forse perché aveva un segreto reo inconfesso e nessuna stanza tappezzata di portauova rossi per poterlo spifferare alla Marcuzzi? Forse perché MariaAlice non guarda i gatti e i gatti non guardano nel sole da quando MariaAlice aveva preso un abbaio e guardava in cagnesco i gatti e aveva bruciato la criniera del sol leone, che aveva smesso di ruggire e aveva cominciato ad ululare ai lupi mannaia che pendevano dal cielo, come spada sulla testa di Damocle, Empedocle, Sofocle e Cleopatra, per colpa di quel certo non so cle.
MariaAlice si era uccisa e questo era un dato di fatto, non mio,  che sono voce narrante in terza persona, sebbene la prima e la seconda se la siano filata per tessere storie migliori e se la siano squagliata per fumare una canna che chiede sempre il bis.
MariaAlice viveva a Winnie Pooh Lane, un paese ai confini della realtà immaginaria, e aveva quattro amiche: Susanna, Gabriella, Linetta e Brie, come il formaggio francese e con lo stesso odore. Erano tutte vicine di casa, tutte belle, tutte ricche, tutte mantenute, tutte potenziali zoccole se avessero vissuto in una topaia, ma non era il caso loro.
Ma allora per quale inspiegabile, inevitabile, inesplicabile, inaffogabile, indirigibile e insommergibile, ineccepibile e inecceomo, inalcemobile (per aggiornarti sullo stato delle tue corna in ogni momento), ingovernabile per case in balìa delle bàlie, insindacabile per l’inassumibile, insuperabile nell’olio tonnabile, insomma per quale ragione che dubita di ogni ragionevole dubbio MariaAlice aveva deciso di spararsi un colpo alla tempia, santuario della mente, basilica sul pomodoro d’Adamo che aveva Eva alle costole, un serpente che gli faceva un nodo alla gola e Dio ovunque e non trovava mai un angolo di paradiso perduto dove potersi togliere quella foglia di fico e vedere finalmente cosa c'era lì sotto?

15 novembre 2009
Il Natale suona sempre due volte
Natale era alle porte, ma la casa di VaL non aveva il campanello da quando un campacavallo, passando di lì, demolì tutto quello che incontrò trotterellando da Trento in giù, facendovi però crescere l’erba, anche se quella del vicino era sempre più verde perché il vicino era sempre un giardiniere.
VaL aveva un sogno nel cassetto, ce lo aveva messo dentro una notte in cui si era svegliato di soprassalto sopralletto, sfondandolo. Era la prima volta che ricordava cosa stesse sognando, aveva il cuore in gola  e le tonsille in petto.
Ripose il sogno nel cassetto delle mutande, promettendo di prendersene cura per sempre. Ma poi accadde l’inevitabile accadibile.
Ogni notte un sogno nuovo veniva a fargli visita e lui vi riempì anche i cassetti dei calzini, delle magliette intime, delle foto ricordo e delle foto dimentico, degli album Panini che completava in un boccone, delle sette camicie sudate che conservava per lasciarsi addosso un alone di mistero, delle polo tutte rigorosamente col buco, così il coccodrillo poteva usarlo come salvagente, nel caso in cui non sapesse nuotare nel cotone.

E quando i cassetti cominciarono a gridare che non sarebbe riuscito ad entrare nemmeno uno spillo (che chissà perché non lo vuole mai nessuno), VaL cominciò a nascondere i suoi sogni ovunque: negli armadi, nello specchio senza nemmeno doverci riflettere, nella federa del cuscino, nel fodero degli occhiali per leggere da vicino, di quelli per leggere da lontano e degli occhiali per leggere dal bagno di casa sua fino al bagno del vicino che era comunque lontano.
Insomma, la sua casa era diventata da sogno. Ce n’erano anche nell’acquario, perché chi dorme non piglia pesci ma chi sogna ne piglia tanti e VaL, che aveva l’occhio da triglia e il naso a patata, sapeva sempre cosa far bollire in pentola.
Il Natale poteva bussare anche se mancava il campanello e, infatti, bussò.
VaL gli aprì, spalancando la bocca, perché da un bel po’ viveva nella sua pancia che davanti ad un buffo buffet si era fatta capanna e tale era rimasta.

“Esprimi un desiderio”, gli disse il Natale a bruciapelo e VaL che ne aveva tanti, di peli, divenne incandescente come lava di un vulcano che quando erutta non lo fa mai con la mano davanti alla bocca.
VaL sapeva bene che i sogni son desideri e le zucche possono essere carrozze se sono state piantate a Chernobyl, e si ricordò che aveva nascosto l’ultimo proprio sotto l’abete, ma ora che ci pensava – sapeva che doveva pensarci prima dell’ora in cui ci pensava, ma tant’è tanto fu –  quello era  proprio l’albero di Natale!
Forse era per questo che aveva bussato alla sua porta, senza campanello (e senza porta), voleva riprenderselo con il sogno che aveva custodito gelosamente sotto i suoi rami appesantiti da tutte quelle palle colorate.
(Per forza, poi, tutti si lamentano che il Natale è una palla!

Ci mettessero delle margherite di marzapane, dei limoni di Marzameni, delle domande di Marzullo, delle bomboniere della Marzotto. Ci mettessero diamanti che si diamano,  e che diamine: se un diamante è per sempre figuriamoci due!
Ci mettessero i trenini stufi delle rotaie, le barchette che soffrono il mare, gli elicotteri che vorrebbero essere elidatteri, gli armadilli dove mettono gli abitilli, le stelle del firmadoppiomento con la pappagorgia, perché una grande abbuffata sta sempre bene con una grande ammucchiata).
VaL stava tèrgiversando il tè verde che gli aveva prestato il vicino (quindi sempre più verde).
Aveva dato tempo al tempo, pane al pane, vino al vino ed era rimasto senza niente da mangiare né da bere e con i minuti contati sulle dita di una mano, quindi cinque.
Il Natale aspettava imperterrito, anche perché posti a sedere non ce n’erano.
Si guardarono a lungo senza scoppiare a ridere. Erano entrambi imbattibili in questo gioco, quindi passarono a darsele di santa ragione e di santo Natale, si diedero botte da orbi anche se ci vedevano piuttosto bene, finché VaL sputò il rospo che aveva ingoiato con i cra-crauti l’ultima volta che era stato a Berlino, che non gli era piaciuta perché aveva avuto la costante sensazione di parlare con un muro.
“Esprimo il mio desiderio”, disse.
Il Natale si sentì felice come una Pasqua e si rammaricò che ogni scherzo valesse solo a Carnevale, altrimenti gliene avrebbe fatto volentieri uno. “Che disdetta”, disdisse tra sé e ma. Non gli restava che ascoltare il desiderio espresso da Val.
“Voglio la luna”, intonò con voce di tintarella candida, “ma solo se posso attraversare la via Lattea in moto”.
Il Natale si stupì dello stupore più stupefacente.
Di solito gli chiedevano cose irrealizzabili come la pace nel mondo, giustizia e felicità uguale per tutti, la cancellazione dell’ipoteca sulla casa di Barbie, la pena di morte per la televisione ammazzacervelli, l’antidoto a malavita, malasorte, malasanità, malatemporacurrunt, malanotteno.

Di solito il Natale liquidava tutti con un “non è possibile" idraulico, ma stavolta pensò che poteva fare eccezione in via del tutto eccezionale.
“Sarà fatto”, disse, scomparendo nel nullafacendo con uno schiocco di dita di una sciocca di mano ed il dado fu tratto dal brodo vegetale del vicino sempre più verde anche lui, oramai (era alieno da tutti e ben gli stava quel colore).
VaL attese e l’attesa durò ore, giorni, calendari.
Il sogno svelato al Natale era l’unico rimastogli, aveva liberato tutti gli altri, desiderava solo arrivare sulla luna in moto, nient’altro. Magari anche un panino con la mortadella, ma questo era tutto.

Fu proprio quando non se l’aspettava e cominciava a temere che in realtà il Natale non esisteva e che ci aveva creduto solo perché la religione è l’oppio dei popoli e lui ne aveva fumata, evidentemente, troppa, che il Natale in persona e albero lo smentì.
E mettere una S davanti al verbo della parola menzogna, significa allontanarla per sempre.
Era tornato con il più bel regalo che VaL avesse mai ricevuto. Gli bastò chiudere gli occhi e si risvegliò bambino.
Nella sua cameretta c’era un bicchiere di latte, biscotti a forma di stella inzuppati fino alle punte, una luna funambola su un cielo nottambulo ed un mototriciclo con tre ruote motricicle ed il manubrìoblù con tante bollicine che gli facevano fare tanta plin-plin nel plan-plannolino.
Tutto era bene quel che ricominciava bene, a Natale siamo tutti più buoni persino il Natale e non esistevano più le quattro stagioni nemmeno nelle pizzerie.
Ma a VaL di tutto questo non fregava un accidenti, tanto più che non avrebbe dovuto preoccuparsi di lavarseli per un bel popò di tempo.

3 ottobre 2009
l'amore ai tempi del collirio
Tutto sommato Gloria stava bene. E tutto sommato fa sempre tutto al più.
Altri tempi i tempi di Gloria, altri sogni i sogni di Gloria, altri manchi tu nell’aria le canzoni che tozzano contro il muro del suono di Gloria. Insomma chi più ne ha ce lo metta senza sottrarsi.
Gloria era bella da fare impallidire la luna che più pallida di così si muove, eppur la terra che la segue, perché senza il satellite i digiumani terrestri non sanno più che palloni prendere a calci dalle poltrone.
Era una ragazza sveglia, tranne quando dormiva. Era in gamba unica su piede solo e la sua vita era una rotula che girava sulla fortuna del bongiorno che si vedeva da quando la tivù era dal mattino e si compravano le consonanti americane, così gli italiani si potevano mettere i jeans invece dei genovs e alitarsi addosso con i chewingum e gridare ok, il prezzo è giusto anche se la Zanicchi ci aggiunge l’Iva, e fare gli yuppie nella happy hippo Milano da bere di sera prima dei pasti.
Aveva un culo che parlava, Gloria, era anolessica. Aveva occhi da cerbiatto dopo un trapianto fatto quando era solo una bambi. Aveva il passato del verbo avere, e avercene aventi anni venti. Non era gay, Gloria gayno.
Gloria cantava, era solista finché qualcuno non venne a farle compagnia. Quel qualcuno lì si chiamava Stefan, qui anche.
Gloria e Stefan entrarono subito in sinfonia, lui suonava la viola e strimpellava girasoli, lei intonava quasi sempre, stonando solo quando le consigliavano di stare in campana.
Poi Gloria e Stefan si innamorarono perdendo la mente e perduta mente si torna indietro con la memoria per ritrovare almeno i ricordi di quando si era piccoli e il tempo era solo un tic tac nelle loro mentine, quando quello che contava era uno che i numeri li sapeva dare.
Avrebbero vissuto così, due cuori e una caparra, un mutuo che parla solo alla fine del mese, il tempo che passa e gli devi qualcosa perché è un tempo debito, le fatture che nemmeno i maghi Otelma o Louise possono toglierti. Capirono che non era la vita che desideravano, ma il vitto, perché non si vive di sola aria nello stomaco.
Si diedero alla fuga a tutto gas e in pochi giorni sbarcarono il lunario.
Che bell’atmosfera che c’era lassù! Non sarebbero stati mai più con i piedi per terra, sarebbero stati figli delle stelle anche se non erano figli di Alan Sorrenti, avrebbero vissuto su un altro pianeta come extracomunitariterrestri e la disoccupazione sarebbe stata un problema alieno, non loro.
Improvvisamente il futuro non sembrava più un buco nero. Lo era.



20 settembre 2009
aforismiespiralidoso
divoro libri dall'età di otto anni.
non ne ho mai letto uno
ma, se non altro, ho masticato un po' di cultura.


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permalink | inviato da unernia il 20/9/2009 alle 14:55 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (7) | Versione per la stampa
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IL CANNOCCHIALE