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il blog di Emma Santo, paroliera in erba gatta
Dolly del mare profondo
post pubblicato in nonSens,nonVed,nonParl, il 26 gennaio 2010


Dolly era una bambina come tante in un mondo come pochi, come uno a dire il vero, quello che l’aveva vista nascere in una casa con il tetto rosso fragola di bosco verde sotto un cielo blu cobalto pieno di nuvole bianche cobasse.
Aveva degli amici immaginari che le davano del lei come se fosse una signora ma solo fino alle cinque, quando l’atmosfera si scaldava e finivano per darle del tè con l’accento e con i biscotti al burro come quelli scozzesi che le piacevano tanto perché bastava mangiarli per sentirsi cornamusa di poeti traditi dall’ispirazione, che da diva che cantava d’ira funesta cambiò aria e si fece chiamare casta.
Dolly aveva una fattoria piena zeppa di zappe e zappatori zoppi e di animali che rischiavano di finire nella zuppa mentre lei si divertiva a fare zapping sui canali trasmessi dal mare che non aveva mai visto perché possedeva solo il digitale terrestre e non acquatico.
Una notte, accadde che la realtà superò la fantasia e la fantasia superò l’immaginazione e l’immaginazione superò i sogni, che però riuscirono ad arrivare primi facendo lo sgambetto all'immaginazione e alla fantasia, le due sorelle uscite di senno e di sonno.
E mentre Dolly dormiva, la sua stanzetta stava diventando una stanzattera, la cucina faceva largo ad una cabina, il portone prendeva in mano la situazione e diventava un timone, il salone prendeva il largo e si tramutava in galeone, le finestre esclamarono "oiblò!", e non ci sarebbero state le botte a bordo ma solo botti piene di succo di frutta all’ananasso di cuori che l'avrebbe data a bere ad un due di picche.
Quando si svegliò, Dolly e il mare si guardarono per la prima volta e lei restò a bocca aperta come un pesce fuor d’acqua ma senza pinne né fucili, solo con il suo colorato paio di occhiali.
Era a un tuffo dalla vita che l’avrebbe resa donna con tutti i carismi, perché chiunque l’avesse amata l’avrebbe seguita in capo al mondo, in culo alla luna e sulla coda di una stella a quattro zampe e a un.due.tre. punte, che se ne metti una in più cambi le regole di un gioco che esiste dalla notte dei tempi remoti, dove la luce non è ma fu.
Dolly fece un bel respiro profondo, mentre il mare tratteneva il vento.



Precari si naque, ma senza la c
post pubblicato in nonSens,nonVed,nonParl, il 8 gennaio 2010


[GioCoCoinCorro con Zop per Vite da Precari - cliccateci e capireteci]


SeraFino GiornoGrosso non era nato con la camicia, ma con un paio di mutande Dolce e Gabbiano che fecero di lui uccello emigrante fin dal giorno in cui la vita lo accolse con un caloroso “benvenuto” sullo zerbino del terzo mondo, perché nel primo e nel secondo c’era spazio solo per i figli di papà, e lui era nato dalla mamma.
Credeva che il lavoro nubilita l’uomo e dato che voleva sposare una nubil donna si fece in quattro per trovarne uno, così poteva mandare in giro gli altri tre e invitare i suoi amici a fare salotto, che a casa sua c’era solo una camera da letto ma non una camera da divano.
E venne il giorno, dopo la sera. E ne vennero altri trenta, e si sa che chi ha fatto trenta può fare anche trentuno, e chi ha fatto trentuno può fare salvatutti, così gli toccò essere stanato da un annuncio che rischiò di dare alla sua esistenza un giro di vite, seguito irrimediabilmente da un giro di bevute.
SeraFino GiornoGrosso pensò che rispondendo a quell’offerta di lavoro gli si sarebbe chiusa una porta e gli si sarebbe aperto un portale, perché in quel mare dove chiunque possiede una rete ma nessuno è pescatore avrebbe potuto trovare la soluzione a tutti i mali venuti per nuocere, senza sapere chi ce li avesse mandati.
“Cercasi tuttofare esperto”, diceva l’inserzione virtuale. Così, si recò al colloquio per vederci chiaro, sebbene un moscerino finitogli dritto nell’occhio storto glielo rendesse difficile.
Di tutto fare ce n’erano già sei, i tutto farisei, ma era gente d’altri templi.
La donna che lo aveva incomodato per farlo accomodare nel suo studio era in doppiopetto, ma per SeraFino GiornoGrosso di petto gliene sarebbe bastato anche uno solo. Tuttavia, quella moltiplicazione non poteva che dargli buonumore, mentre lei l’umore ce l’aveva cattivo come il suo alito che poteva far resuscitare un morto solo per la soddisfazione di vederlo morire ancora.
Gli chiese come avesse saputo di quel posto. Rispose che lo aveva visto libero e ci si era seduto sopra.
Il contratto era co.co.co, gli disse quella gallina, mentre lui tratteneva un deh esclamativo. Avrebbe fatto tutto come si confà al tuttofante che non è mai a cavallo, così come non lo era SeraFino GiornoGrosso, quando gli proposero di lavorare sette giorni su sette perché la domenica è il giorno del Signore e lui era ancora signorino.
Prima di congedarlo, quella donna gli domandò con tono militare: “Il precariato esiste?”.
SeraFino GiornoGrosso restò di sale e, dato che il sangue gli stava ribollendo da ore, pensò di apparecchiare la sua risposta migliore:
“Lo chieda al mio dentista: si sta arricchendo con le precarie! Prima che te ne accorga ti hanno strappato la vitalità dal tuo sorriso, mentre il tuo futuro è stato preso in ostaggio da un potente e da un anestetico. L’unica certezza che ti resta è che la tua vita è appesa a un filo, devi solo capire se cerato o non cerato”.

Fu così che SeraFino GiornoGrosso ottenne il suo primo e ultimo lavoro, in cui li sperimentò tutti, senza esclusione di colpe.

Andavo a cento all’ora perché c’era l’autovelox (storia di un amore metropolitano senza biglietto)
post pubblicato in nonSens,nonVed,nonParl, il 17 dicembre 2009


Il giorno in cui FulVia incontrò il grande amore della sua vita ultras-terrena, fu l’unico giorno che andò allo stadio.
Il cielo era di un blu esclamativo, il mare una tavola imbandita di pesci pascià: il più grande si chiamava Omar, senza l’apostrofo napoletano, un generale ottomano antenato dell’octopus, sebbene Omar non avesse mai avuto un brufolo, figuriamoci otto.
LudoVico era l’uomo della svolta e FulVia mutò d’accento ma non di pensier, facendolo saltare sulla i perché era più che certa che come FulVìa, insieme a LudoVico, avrebbe imboccato la strada giusta.
Il giorno che si incontrarono lo ricordava come se fosse ieri e infatti si erano incontrati ieri. Fu un incrocio di sguardi al semaforo delle emozioni segnaletiche che correvano oltre il limite consentito da chi vigila sull’andamento dei sensi unici, ausiliario del traffico di parole che invadono la corsia di un sentimento preferenziale, guardia giurata, senza dire lo giuro, del cuore che attraversa senza guardare un’arteria stradale nata ai bordi di periferia, come l’eros che canta ma non usa le frecce quando deve fare una manovra Hazzard.
Fu amore che non si arresta davanti allo stop della ragione, perché chi si frena è perduto e amare significa non dover mai dire: “mi dispiace, ma avevo visto quel divieto”.
FulVìa aveva guardato LudoVico dritto nei bublè oculari, musica per le cornee che gli aveva messo una vista infedele, e aveva aspettato che la raccogliesse sulla ciglia del raccordo sopracciliare per dirle che sarebbe stata la luce dei suoi occhi, finché non avesse comprato loro una lampadina.
Erano diventati come il pane e il burro, ma mancava il coltello e così si lasciarono senza aver mai consumato la passione che li ardeva perché non avevano neanche un focolare addomesticato che gli raccontasse una storia davanti al fuoco, come quelle che finiscono con un “e vissero tutti felici e contenti” senza mai specificare tutti “chi”.
FulVìa capì che era ora di voltare pagina, ma aveva già finito il libro, così si alzò, fece per aprire la porta ma quel fece per la bloccò. Si voltò a guardare LudoVico con lo sguardo perso nel nuoto che davano in tv, e capì che un parte di lei lo avrebbe amato per sempre, sebbene non avesse la minima idea di quale parte si trattasse.
Poi imboccò la strada che non aveva fame, regalò il suo accento ad uno gnu a cui avrebbe regalato volentieri anche una consonante in più se solo gliene fosse avanzata una, e girò il mondo gambe in spalla e zaino in mano, ché la diritta via era smarrita e ora cominciavano le curve.

Casalinghe Disturbate – I misteri di Winnie Pooh Lane [puntata pilotata]
post pubblicato in Sit Condom, il 6 dicembre 2009


Perché MariaAlice si era uccisa?
Forse perché non aveva mai capito se fosse giusto o meno togliere una A dal suo nome, e sessì ma quale? Forse perché aveva un segreto reo inconfesso e nessuna stanza tappezzata di portauova rossi per poterlo spifferare alla Marcuzzi? Forse perché MariaAlice non guarda i gatti e i gatti non guardano nel sole da quando MariaAlice aveva preso un abbaio e guardava in cagnesco i gatti e aveva bruciato la criniera del sol leone, che aveva smesso di ruggire e aveva cominciato ad ululare ai lupi mannaia che pendevano dal cielo, come spada sulla testa di Damocle, Empedocle, Sofocle e Cleopatra, per colpa di quel certo non so cle.
MariaAlice si era uccisa e questo era un dato di fatto, non mio,  che sono voce narrante in terza persona, sebbene la prima e la seconda se la siano filata per tessere storie migliori e se la siano squagliata per fumare una canna che chiede sempre il bis.
MariaAlice viveva a Winnie Pooh Lane, un paese ai confini della realtà immaginaria, e aveva quattro amiche: Susanna, Gabriella, Linetta e Brie, come il formaggio francese e con lo stesso odore. Erano tutte vicine di casa, tutte belle, tutte ricche, tutte mantenute, tutte potenziali zoccole se avessero vissuto in una topaia, ma non era il caso loro.
Ma allora per quale inspiegabile, inevitabile, inesplicabile, inaffogabile, indirigibile e insommergibile, ineccepibile e inecceomo, inalcemobile (per aggiornarti sullo stato delle tue corna in ogni momento), ingovernabile per case in balìa delle bàlie, insindacabile per l’inassumibile, insuperabile nell’olio tonnabile, insomma per quale ragione che dubita di ogni ragionevole dubbio MariaAlice aveva deciso di spararsi un colpo alla tempia, santuario della mente, basilica sul pomodoro d’Adamo che aveva Eva alle costole, un serpente che gli faceva un nodo alla gola e Dio ovunque e non trovava mai un angolo di paradiso perduto dove potersi togliere quella foglia di fico e vedere finalmente cosa c'era lì sotto?

Il Natale suona sempre due volte
post pubblicato in nel paese dei Bianconigli, il 15 novembre 2009


Natale era alle porte, ma la casa di VaL non aveva il campanello da quando un campacavallo, passando di lì, demolì tutto quello che incontrò trotterellando da Trento in giù, facendovi però crescere l’erba, anche se quella del vicino era sempre più verde perché il vicino era sempre un giardiniere.
VaL aveva un sogno nel cassetto, ce lo aveva messo dentro una notte in cui si era svegliato di soprassalto sopralletto, sfondandolo. Era la prima volta che ricordava cosa stesse sognando, aveva il cuore in gola  e le tonsille in petto.
Ripose il sogno nel cassetto delle mutande, promettendo di prendersene cura per sempre. Ma poi accadde l’inevitabile accadibile.
Ogni notte un sogno nuovo veniva a fargli visita e lui vi riempì anche i cassetti dei calzini, delle magliette intime, delle foto ricordo e delle foto dimentico, degli album Panini che completava in un boccone, delle sette camicie sudate che conservava per lasciarsi addosso un alone di mistero, delle polo tutte rigorosamente col buco, così il coccodrillo poteva usarlo come salvagente, nel caso in cui non sapesse nuotare nel cotone.

E quando i cassetti cominciarono a gridare che non sarebbe riuscito ad entrare nemmeno uno spillo (che chissà perché non lo vuole mai nessuno), VaL cominciò a nascondere i suoi sogni ovunque: negli armadi, nello specchio senza nemmeno doverci riflettere, nella federa del cuscino, nel fodero degli occhiali per leggere da vicino, di quelli per leggere da lontano e degli occhiali per leggere dal bagno di casa sua fino al bagno del vicino che era comunque lontano.
Insomma, la sua casa era diventata da sogno. Ce n’erano anche nell’acquario, perché chi dorme non piglia pesci ma chi sogna ne piglia tanti e VaL, che aveva l’occhio da triglia e il naso a patata, sapeva sempre cosa far bollire in pentola.
Il Natale poteva bussare anche se mancava il campanello e, infatti, bussò.
VaL gli aprì, spalancando la bocca, perché da un bel po’ viveva nella sua pancia che davanti ad un buffo buffet si era fatta capanna e tale era rimasta.

“Esprimi un desiderio”, gli disse il Natale a bruciapelo e VaL che ne aveva tanti, di peli, divenne incandescente come lava di un vulcano che quando erutta non lo fa mai con la mano davanti alla bocca.
VaL sapeva bene che i sogni son desideri e le zucche possono essere carrozze se sono state piantate a Chernobyl, e si ricordò che aveva nascosto l’ultimo proprio sotto l’abete, ma ora che ci pensava – sapeva che doveva pensarci prima dell’ora in cui ci pensava, ma tant’è tanto fu –  quello era  proprio l’albero di Natale!
Forse era per questo che aveva bussato alla sua porta, senza campanello (e senza porta), voleva riprenderselo con il sogno che aveva custodito gelosamente sotto i suoi rami appesantiti da tutte quelle palle colorate.
(Per forza, poi, tutti si lamentano che il Natale è una palla!

Ci mettessero delle margherite di marzapane, dei limoni di Marzameni, delle domande di Marzullo, delle bomboniere della Marzotto. Ci mettessero diamanti che si diamano,  e che diamine: se un diamante è per sempre figuriamoci due!
Ci mettessero i trenini stufi delle rotaie, le barchette che soffrono il mare, gli elicotteri che vorrebbero essere elidatteri, gli armadilli dove mettono gli abitilli, le stelle del firmadoppiomento con la pappagorgia, perché una grande abbuffata sta sempre bene con una grande ammucchiata).
VaL stava tèrgiversando il tè verde che gli aveva prestato il vicino (quindi sempre più verde).
Aveva dato tempo al tempo, pane al pane, vino al vino ed era rimasto senza niente da mangiare né da bere e con i minuti contati sulle dita di una mano, quindi cinque.
Il Natale aspettava imperterrito, anche perché posti a sedere non ce n’erano.
Si guardarono a lungo senza scoppiare a ridere. Erano entrambi imbattibili in questo gioco, quindi passarono a darsele di santa ragione e di santo Natale, si diedero botte da orbi anche se ci vedevano piuttosto bene, finché VaL sputò il rospo che aveva ingoiato con i cra-crauti l’ultima volta che era stato a Berlino, che non gli era piaciuta perché aveva avuto la costante sensazione di parlare con un muro.
“Esprimo il mio desiderio”, disse.
Il Natale si sentì felice come una Pasqua e si rammaricò che ogni scherzo valesse solo a Carnevale, altrimenti gliene avrebbe fatto volentieri uno. “Che disdetta”, disdisse tra sé e ma. Non gli restava che ascoltare il desiderio espresso da Val.
“Voglio la luna”, intonò con voce di tintarella candida, “ma solo se posso attraversare la via Lattea in moto”.
Il Natale si stupì dello stupore più stupefacente.
Di solito gli chiedevano cose irrealizzabili come la pace nel mondo, giustizia e felicità uguale per tutti, la cancellazione dell’ipoteca sulla casa di Barbie, la pena di morte per la televisione ammazzacervelli, l’antidoto a malavita, malasorte, malasanità, malatemporacurrunt, malanotteno.

Di solito il Natale liquidava tutti con un “non è possibile" idraulico, ma stavolta pensò che poteva fare eccezione in via del tutto eccezionale.
“Sarà fatto”, disse, scomparendo nel nullafacendo con uno schiocco di dita di una sciocca di mano ed il dado fu tratto dal brodo vegetale del vicino sempre più verde anche lui, oramai (era alieno da tutti e ben gli stava quel colore).
VaL attese e l’attesa durò ore, giorni, calendari.
Il sogno svelato al Natale era l’unico rimastogli, aveva liberato tutti gli altri, desiderava solo arrivare sulla luna in moto, nient’altro. Magari anche un panino con la mortadella, ma questo era tutto.

Fu proprio quando non se l’aspettava e cominciava a temere che in realtà il Natale non esisteva e che ci aveva creduto solo perché la religione è l’oppio dei popoli e lui ne aveva fumata, evidentemente, troppa, che il Natale in persona e albero lo smentì.
E mettere una S davanti al verbo della parola menzogna, significa allontanarla per sempre.
Era tornato con il più bel regalo che VaL avesse mai ricevuto. Gli bastò chiudere gli occhi e si risvegliò bambino.
Nella sua cameretta c’era un bicchiere di latte, biscotti a forma di stella inzuppati fino alle punte, una luna funambola su un cielo nottambulo ed un mototriciclo con tre ruote motricicle ed il manubrìoblù con tante bollicine che gli facevano fare tanta plin-plin nel plan-plannolino.
Tutto era bene quel che ricominciava bene, a Natale siamo tutti più buoni persino il Natale e non esistevano più le quattro stagioni nemmeno nelle pizzerie.
Ma a VaL di tutto questo non fregava un accidenti, tanto più che non avrebbe dovuto preoccuparsi di lavarseli per un bel popò di tempo.

l'amore ai tempi del collirio
post pubblicato in nonSens,nonVed,nonParl, il 3 ottobre 2009


Tutto sommato Gloria stava bene. E tutto sommato fa sempre tutto al più.
Altri tempi i tempi di Gloria, altri sogni i sogni di Gloria, altri manchi tu nell’aria le canzoni che tozzano contro il muro del suono di Gloria. Insomma chi più ne ha ce lo metta senza sottrarsi.
Gloria era bella da fare impallidire la luna che più pallida di così si muove, eppur la terra che la segue, perché senza il satellite i digiumani terrestri non sanno più che palloni prendere a calci dalle poltrone.
Era una ragazza sveglia, tranne quando dormiva. Era in gamba unica su piede solo e la sua vita era una rotula che girava sulla fortuna del bongiorno che si vedeva da quando la tivù era dal mattino e si compravano le consonanti americane, così gli italiani si potevano mettere i jeans invece dei genovs e alitarsi addosso con i chewingum e gridare ok, il prezzo è giusto anche se la Zanicchi ci aggiunge l’Iva, e fare gli yuppie nella happy hippo Milano da bere di sera prima dei pasti.
Aveva un culo che parlava, Gloria, era anolessica. Aveva occhi da cerbiatto dopo un trapianto fatto quando era solo una bambi. Aveva il passato del verbo avere, e avercene aventi anni venti. Non era gay, Gloria gayno.
Gloria cantava, era solista finché qualcuno non venne a farle compagnia. Quel qualcuno lì si chiamava Stefan, qui anche.
Gloria e Stefan entrarono subito in sinfonia, lui suonava la viola e strimpellava girasoli, lei intonava quasi sempre, stonando solo quando le consigliavano di stare in campana.
Poi Gloria e Stefan si innamorarono perdendo la mente e perduta mente si torna indietro con la memoria per ritrovare almeno i ricordi di quando si era piccoli e il tempo era solo un tic tac nelle loro mentine, quando quello che contava era uno che i numeri li sapeva dare.
Avrebbero vissuto così, due cuori e una caparra, un mutuo che parla solo alla fine del mese, il tempo che passa e gli devi qualcosa perché è un tempo debito, le fatture che nemmeno i maghi Otelma o Louise possono toglierti. Capirono che non era la vita che desideravano, ma il vitto, perché non si vive di sola aria nello stomaco.
Si diedero alla fuga a tutto gas e in pochi giorni sbarcarono il lunario.
Che bell’atmosfera che c’era lassù! Non sarebbero stati mai più con i piedi per terra, sarebbero stati figli delle stelle anche se non erano figli di Alan Sorrenti, avrebbero vissuto su un altro pianeta come extracomunitariterrestri e la disoccupazione sarebbe stata un problema alieno, non loro.
Improvvisamente il futuro non sembrava più un buco nero. Lo era.



aforismiespiralidoso
post pubblicato in perle di stanchezza, il 20 settembre 2009


divoro libri dall'età di otto anni.
non ne ho mai letto uno
ma, se non altro, ho masticato un po' di cultura.


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permalink | inviato da unernia il 20/9/2009 alle 14:55 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (7) | Versione per la stampa
l'uomo zerbino e la donna battiscopa
post pubblicato in nonSens,nonVed,nonParl, il 4 settembre 2009


Si conobbero ad una festa mascherata da festa.
Lui era vestito da agente 777 missione sottotitolata per i non udenti. Lei era vestita da wonderbra woman, paladina del reggiseno imbottito con acqua, lievito, farina, pomodoro e mozzarella, i cinque elementi dell’astrologia mediterranea che le facevano un seno da regina Margherita.

Lui aveva un occhio nero e un occhio blu, un pollice verde ed un alluce viola, a causa di un unghia in carne che non voleva dimagrire.
Lei aveva pelle di seta cinese, vellutata come uno yogurt ai fichi d’india che non fa ridere ma riduceva il gonfiore addominale e le regalava due glutei di porcellana da fare invidia a tutti i water su cui aveva dovuto sedersi per smaltire il bifidus marcuzis.
I suoi seni erano i promontori della paura di non entrare in una coppa Malena doppio strato: rigido ferretto fuori, morbido ripieno Bellucci dentro.
Aveva mani di fata, testa di zucca, la voce di un flauto magico e l’alito di topo Gigio.
Lui la guardava come se fosse una Tea. E lo era. Tea era il suo nome da nubil donna.
“Mi chiamo Adriano. Per le amiche Adri, per gli amici Ano”. Tea bussò al suo cuore e lo chiamò Drin.
Durante una gita in barca Drin poggiò l’orecchio sulla bocca di Tea che si aprì come conchiglia. “Sono mare d’inverno e d’estate, cozza il sentimento con la ragione, l’orgoglio con il pregiudizio, ma sulla sogliola di questa camera a gas che chiamate amore scoppieremo insieme, io fiocina tu pescemartello, paopazzi di passione in volto, eccitati come due aragoste ermafrodisiache, tu placido come la piovra Michele, io medusa che ti trasformerà il cuore in pietra che pomicia. Sulla mia testa avrò tentacoli per accalappiacane l’anima tua che nasconderò sotto un corpetto di pizzi e merluzzi”.
Lui ascoltava sospirato dal vento. Voleva a tutti i costi Tea, non vi avrebbe rinunciato per tutto le pecore d’oro del monte dei pascoli di Siena.
Si inginocchiò ai suoi piedi palmati di cocco, le regalò un anello con diamante da dieci cariatidi e le chiese: “Vuoi diventare la mia umile consorte, promettendo di amarmi ed onorarmi finché morte non ci separi?”. Lei starnutì gli occhi fuori dalle orbite oculistiche e ripeté infedelmente: “Io Tea delle Tee, prendo te, Drin dei Drin Drin, come tua umida contorta, promettendo di amarmi ed onorarmi, in salute e nell’ipocondria, finché morte non ti separi dal corpo”.
Il sacro vicolo del matrimonio era stato imboccato. E per Drin sarebbe stato un vicolo cieco e slovacco, come l’amante che lei si sarebbe fatta di lì a poco più lontano di là.
Con il passare dei mesi coniugati cominciarono a litigare per inerzia fisica, ruotando intorno al proprio asse da stiro mentre cercavano di capire la dinamica di tutto quel movimento inutile. Si arrovellavano su domande cripte: “Perché un chilo di pane costa quanto un litro di latte?”. Erano calcoli alimentari eppure non li sapevano risolvere.
La noia aveva l’eco di Califano che rimbombava tre volte al giorno, prima durante e dopo i pasti - noia noia noia - nella zona giorno, nella zona notte e nella zona alba&tramonto di quel loft al sesto piano Scala Mercalli.
Finché un giorno Drin affrontò la situazione di petto di pollo palestrato, calpestò l’orgoglio con un vero finto mocassino e le disse:
“Quello che due persone si fanno lo dimenticano. E se restano insieme non è perché dimenticano di aver dimenticato, ma perché perdonano il fatto che non ricordano cosa stavano dicendo”.
Aveva meno senso di un sms scritto con il TF9 (il T9 di Tiziano Ferro) ma quella proposta le sembrò indecente come quel film con Demi Moore che faceva l’amore con un milione di dollari.
“Drin ti ho mai detto che ti amo?”. Drin trasalì tutte le scale del suo cuore. “No”, rispose a voce bassifonda. “Ti amo”. “Ancora?”. “No”.
Non c’è miglior sordo di chi non ci sente e ormai Drin era un campanello rotto. Era felice come non lo era mai stato prima di credere di non esserlo mai stato.
Tea avrebbe avuto occhi solo per lui. E il culo per il resto del mondo.

Pidocchio
post pubblicato in nel paese dei Bianconigli, il 3 agosto 2009


Si chiamava Pidocchio.
Era nato da un’idea saltata in testa al prof. Gessetto, insegnante di biologia dei capelli sporchi che decise di sperimentare un nuovo prodotto per contrastarne la caduta sulle mattonelle bianche e creò una porzione magica di shampoo alle erbe Skunk Anansie, con estratti di zampe di gallina dalle borse delle donne che la spesa la fanno con gli occhi, e punte di creste di gallo cedrato, versatili in un bicchiere.
Chiamò la sua invenzione “Evviv dell’Orealè(ohoh)” e la testò sulla Barbie Paris Hilltown che aveva perso i capelli dopo aver fatto il gioco della treccia di Giulietta e Romeo dalla torre Eiffel. Le ricrebbero all’istantanea di una pollaroid con le patate, ed in men che non è più i suoi nuovissimi capelli biondo cenerentola cominciarono a covare millimillime uova che non si vedevano ad occhio nudo, perciò bisognava vestirlo.
Gessetto era sbaludito come un orecchio che non si sente bene.
Aspettò che le uova schiudessero la porta della nascita imminente e ben presto si ritrovò invaso da un esercito di animaletti rossi che ti attaccavano con il prurito a salve - era un prurito salutare -  e provò ad eliminarli con 100 colpi di spazzola prima di andare a dormire, ma si addormentò alla carica del 101esimo, con macchie dalmate sulle mani stanche.    
Al risveglio, quei piccoli diavoletti per capello erano scomparsi.
Non credeva più ai suoi occhi, da quando gli dissero che Michael Jackson era finito sull’isola dei morti di fama ed ora si faceva chiamare Wendi, con la i di ipsilon.
Scrutò la chioma della Barbie Paris Hilltown, lucida come il pavimento di Mastro Lindo, un caro amico che si divertiva a trattare come una pezza. Si guardò in tondo, e cadde giù per terra.
Fu rialzandosi che lo vide. Era in un angolo, rosso come il frutto della passione sbocciata tra un maracujà ed un pero, rosso marpero, con un guscio calimero  e gli occhi vispi teresi. Gli corse incontro ravvicinato del primo tipo, gli buttò le braccia al collo perché ormai non gli servivano più ed eschiamò: “Pidocchio!”.
Finalmente aveva qualcuno da accudire dall’orecchio buono. Era diventato padre di un parassita. Non riusciva ad immaginare orgoglio più rigoglioso.
Era la fotosintesi della felicità clorofigliata.


c'era una volta. ora ce ne sono due
post pubblicato in deliri di una cornamusa, il 26 luglio 2009


due volte che mi alzo con il capogiro, il letto ruota in senso antiorario così le lancette s'impiccano ed io resto dormiSveglia e penso penso - due volte - che mondo sarebbe se:

gli occhi si spalancassero su un cielo d’alghe e su un mare di stelle, sul sol che ruggisce al leone e la luna che va di traverso al cane che le abbaia contro e muore contento, perché voleva quella luna e ora ce l’ha per sempre dentro.

due volte mi hai detto di camminare a testa alta, e due volte l’ho persa nel becco di un gabbiano poco attento. si è voltato e mi ha detto: “colpa tua che affidi i tuoi pensieri al vento!”. sei inciampato e mi hai detto: “la testa non conta, bada al portamento”!

due volte ho giocato con il suo cuore. mi rincorreva da anni, lo assassinavo da ore. mi disse: “baciami adesso che non ci vede l’amore”. risposi con un sospiro improvvisato, gli sfilai una lacrima dalle ciglia e battezzai i miei ormoni dentro una pinta di peccato.



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permalink | inviato da unernia il 26/7/2009 alle 11:28 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (7) | Versione per la stampa
Mi
post pubblicato in deliri di una cornamusa, il 22 giugno 2009


Mi farò crescere i capelli,
e ce li avrò rossi come il vino
, come le ciliegie spremute al mattino
, come le lacrime di una lumaca che ha perso la casa sul mio cuscino

Mi farò morire una rosa sul letto,
la farò battere stringendola al petto
fino al dodicesimo rintocco della luna
che cadrà ai piedi del buio, munta da occhi accesi
come lampioni che ridono di lei
, della terra che non si prende sul serio
, di una giostra che sale su di me

.

mentre salto su una tarantella, che intono senza te.





permalink | inviato da unernia il 22/6/2009 alle 21:29 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (7) | Versione per la stampa
Doremìa ed il suo grosso grasso fondoschiena tetro (I capitolò)
post pubblicato in nel paese dei Bianconigli, il 29 gennaio 2009


Era una di quelle notti, di quelle che non dormi mai finché non mandi a cagare Vasco Rossi.
Non c’era un cane per strada, fatta eccezione per un Labrador con il rossetto rosso fuoco che gli bruciò il pelo ma non il vizio.
Era quiete prima della tempesta, sereno prima del variabile, calma prima di diventare piatta per aver messo le tette al vento senza preoccuparsi delle drammatiche conseguenze.
Doremìa so-spirava. Quel “so” anteposto era l’unica cosa che la salvava dalla morte.
“M’ama non m’ama”, chiedeva alla margarita che le ammiccava dal calice piangente. “T’ama come t’ama Rindo”, (e)ruttò la voce della coscienza in vacanza a Costa Rica. Si disse che Tamarindo era un frutto della sua fantasia e torto non aveva, ma di torte a volontà. Era già una cuoca in provetta, figuriamoci quando venne al mondo! Ed era questo il suo grasso problema. Al suo amato Miredò piacevano solo quelle con il fisico da pin up. Doremìa aveva le gambe da seven up, fonte naturale di ritenzione idrica, ma non era abbastanza per Miredò, un gasato pieno di brio senza il blu che mi piaci tu.      
Così, quella notte più interminabile della parola “interminabile”, Doremìa chiese aiuto al mago Forest Jump, famoso per saltare di palo in frasca senza rompersi l’osso del collo ma fracassandosi tutte le altre.
“Mago Forest Jump, fai un salto da me ti prego!”, gridò Doremìa  con tutto il fiato che aveva nei polmoni, prosciugandoli.
Forest Jump non se lo fece ripetere due volte bensì quattro e alla quinta bussò alla sua porta.
“Co’ sta pioggia e co’ sto vento chi è che bussa tutto contento?”, si chiese stupita la balia Daspilla. “Solo un pirla!”, rispose il mago tutto zuppo e congelato in soli cinque minuti di attesa, pronto per fare quattro salti nella padella del capitano Findus che trasformava tutti i pesci in bastoncini di polistirolo panati con la sola imposizione delle mani sulle uova e sul pangrattato.
“Finalmente giungesti!”, gridò Doremìa, illuminandosi d’incenso dopo averne masticato a volontà per bruciare il grasso superfluoro che aveva sui denti.
Mago Forest Jump conosceva i suoi polli ma non Doremìa che sembrava un animale completamente differente, sebbene mangiasse di tutto come i suoi amati volatili che non erano liberi da OGM perché OgniGiornoMangiavano a sazietà.
“Cosa ti succede, fiore di Marsiglia?”, chiese Forest Jump a Doremìa che aveva ingoiato anche una saponetta per far scivolare tutte le pene d’amor che a Nullo ha amato ma a lei mai.
“Caro mago, sin da quando ero in fasce dopo essermi scapicollata dal balcone gridando che una Red Bull ti mette le aaaaaaaaaaaa… senza poter andare oltre, Miredò è piombato nella mia testa come un pistola alle prime armi: uno sparo nel buio della mia mente che ha fulminato anche il mio cuore in un istante. Ed ora che è tutto spento, mi domando: chi potrà aiutarmi a  far luce su questo amore che non vede oltre il mio grosso grasso fondoschiena tetro”?
Se lo domandava anche il mago Forest Jump, saltando a conclusioni affrettate nonostante fretta non c’era, ma fritto a volontà! D’altronde il capitano Findus aveva sempre le mani impasta…


Unernia va in città
post pubblicato in le cronache di Unernia a Dublino, il 8 novembre 2008


Ordunque Unernia è partita alla volta delle volte di Dublino. “Perché?” le ha chiesto l’Italia. “Zitta tu, belpaese buono solo da spalmare, oramai”, le ha risposto mettendola con due piedi in uno stivale.

Poi la nostra temerAria, temeraPioggia e temeErtutto in generale, ha preso un aereo a forma di trifoglio ed è atterrata sull’isola a forma di pinta di Guinness, se la guardi dopo che te ne sei bevute almeno quattro.

“Voglio diventare irlandera!”, ha gridato davanti alla statua di Molly Malone, che di giorno vendeva i pesci e di notte ne prendeva altri. Molly ha fatto orecchie da mercante qual era, ma Unernia non si arrende e girovaga per le strade dublinande in cerca di un lavoro.

“Yes I can!” si ripete da giorni come se fosse la statua della libertà con la faccia di Obama, mentre un piccione le ricorda che lassù un Dio c’è ma è al bagno. In fondo lo cerchiamo tutti nel momento del bisogno…     

Re Arturo e i contrabbandieri di Camel (da un racconto di Cretìn de Troyes)
post pubblicato in nel paese dei Bianconigli, il 4 ottobre 2008


I capitolo

Tanto tanto fa, c’era un ragazzo baciato dalla sfortuna, che non aveva amici, a parte qualche topo che gli aveva lasciato Cenerentola prima di diventare una pornostar e cambiare il suo nome in Cenesventola, ed un novecentonovantanove piedi, perché il millesimo era scappato con la logopodista, la dottoressa che gli aveva insegnato a non inciampare nelle parole.
Questo ragazzo, di soprannome Semola e di nome Dimais, viveva con dei brutti ceffoni. Tutti i giorni ne prendeva di santa ragione tanto che gli spuntò l’aureola e finì anche sul calendario del frate che indovinava i nomi di tutti i santi. L’unico che li metteva in colonna senza bestemmiare.
Un bel dì quelli bel, incontrò Merlin, il mago nemico della prostituzione e demolitore delle case di tolleranza, dove tutti fanno qualcosa che dà fastidio e tu devi sopportare in silenzio. Con lui non esisteva più una casa chiusa. Erano tutte senza porte, oramai. Quando conobbe Merlin, Semola, che aveva il testoasteroide alle stelle, sperava che gli insegnasse i trucchi del mestiere più vecchio del mondo, così da dare sollazzo a ciò che rimava nella stessa direzione. Merlin gli insegnò, però, i trucchi di un mestiere altrettanto vecchio e altrettanto utile, quello del cuoco, trasformandolo nel mago dei fornelli. Col passare del tempo lo fece diventare anche mago delle pentole, dei piatti, del bucato e dell’azione anticalcare. Semola era felice di imparare, ma avrebbe voluto che Merlin gli insegnasse ad essere magico anche a letto. “Ma se lo rifai da dio"! esclamò il mago, che d’intel-letto ne aveva da vendere, perciò gliene era rimasto poco. Semola capì che c’era stato un quiquoqua e provò a spiegarsi con l’accento di Paperino. Finalmente a Merlin fu tutto chiaro, perché Semola era diventato anche il mago dei vetri puliti.
“Vieni con me, ti mostro una cosa”, gli disse Merlin. Semola non stava più nella pelle, in fondo mangiava così poco che gli erano rimaste solo le ossa. Merlin lo portò con sé ad una gara. “Vedi quella spada nella roccia? Chiunque  riuscirà ad estrarla diventerà re”, svelò al piccolo Semola o Semolino. Non bisognava essere un mago (e infatti Merlin che lo era non ci arrivò mai) per comprendere che diventando re avrebbe avuto tutte le donne del mondo ai suoi piedi, così Semola si lanciò sulla roccia gridando “Excansati”, e la roccia obbedì. Prendere quella spada era un gioco da ragazzi e dato che gli altri partecipanti erano tutti vecchi, vinse.
“Da oggi sarai Arturo, re dei contrabbandieri di Camel”, gli disse Merlin. “Perché Arturo?”, chiese Semola. “Perché Arturo è la quarta stella più brillante del cielo e tu difenderai il tuo regno insieme ai cavalieri dello zodiaco. Così ha scritto il sommo Cretìn de Troyes”, rispose Merlin, che alla parola ‘Troyes’ si ricordò di dover ripartire alla ricerca di Morgano, il transessuale dalla sculettata fatata.

Da quel giorno, Re Arturo ed i suoi cavalieri passavano le loro giornate quasi sempre  a tavola. L’aveva scelta rotonda, perché potevano giocare meglio al gioco della bottiglia.
Un bel dì quelli bel, uscì come pegno che Re Arturo doveva dare un bacio ad una donna. Visto che non ce n’erano in tutto il regno pensò di andare a cercarla in altri e fu così che cammina cammina, pestò una merda. “Buon segno, pensò”, pestandone altre cento finché non calpestò per errore la bella Ginestra, che per quel tanfo fece un tonfo.

Per Re Arturo fu un colpo di fulmine che incendiò il cielo, gli alberi e tutta la città. Molti l’avrebbero chiamata sfiga, ma lui lo definì amore.

Olivia cresce
post pubblicato in nonSens,nonVed,nonParl, il 24 settembre 2008


Oramai Olivia si affacciava alla pubertà, ma sempre dalla finestra sbagliata. Cominciava a porsi delle domande che non stavano né in cielo né in terra, infatti le trovava in mare, quando andava a pescare con i suoi cugini, che ogni volta che provavano a passarle la canna si sentivano rispondere: “Non fumo”. “Ma è una canna da pesca”, ribattevano. “Non fumo neanche la frutta”, replicava il lunedì ed il mercoledì sul Canal Grande, emittente delle tv veneziane.
Si domandava un mucchio di cose, Olivia. Ad esempio, la bislacca rende i capelli bisunti? La pelle a buccia d’arancia è fonte di vitamina C? Il sebo è il linguaggio del corpo? Le maniglie dell’amore aprono le porte del sesso? L’assorbente interno è una prerogativa delle donne che si tengono tutto dentro?
Ogni volta che provava a chiedere a sua madre lei faceva orecchie da mercante, e sebbene lì dentro ci trovasse tante risposte a prezzi stracciati, mancavano sempre quelle che stava cercando. Così, provava a confidarsi con la sua migliore amica, Franca Mente, ma non era mai davvero sicura di potersi fidare. E poi Franca la mandava spesso a quel paese senza dirle quale e così finiva per perdere la bussola. Ne aveva perse sette. Ora stava al bussol-otto.
Insieme però si divertivano, Franca le aveva insegnato un sacco di giochi. Quando erano piccole giocavano a  “mosca cieca”, mettendo le dita negli occhi delle mosche o chiudevano il suo cane Dino in un sacco, lo portavano nei boschi, lo facevano uscire dal sacco, gli lanciavano il gatto Silvestro su  un albero (da lì il nome di Pino Silvestro) e poi scappavano, fingendo per giorni di non sapere dove fosse. In questo modo potevano giocare a “sacco pieno sacco vuoto” e a “nasconDino” contemporaneamente e senza passare per il via, anche perché il Monopoli non ce lo avevano.
Crescendo, il loro gioco preferito era diventato “Indovina chi … mi trombo”? La domanda la faceva sempre Franca. Le prime volte Olivia, che non era un’esperta di musica, non indovinava mai, poi diventò bravissima. Anche perché si trattava sempre dei ragazzi che piacevano a lei. Lei di Olivia. Se solo avesse saputo suonare! “Quanto la indivio!”, esclamava ogni volta che mangiava l’insalata.
Franca era la ragazza più popolata dalla scuola, a differenza di Olivia che nessuno si filava, eccetto la sarta Berta. Tutti nominavano Franca, in qualsiasi occasione. Persino Rossella O’Hara nel film “Via col vento”. “Franca Mente me ne infischio”, quella battuta Olivia la ricordava a memoria. Come si erano conosciute non lo scoprì mai, Franca diceva di non ricordarselo ma secondo lei mentina, glielo si leggeva in bocca.   
Poi, un giorno Olivia scoprì l’amore con la L maiuscola e senza apostrofo. Lamore era il suo nuovo compagno di banca. Si erano conosciuti mentre leggeva un libretto di risparmio senza capire bene la trama. Quell’incontro fu un investimento senza macchina, ma comunque doloroso perché Lamore l’avrebbe fatta soffrire in un modo che chissàquale. La prima volta che lo vide, mentre erano in coda dietro a quella di Fidobancario, se lo sarebbe mangiato con gli occhi, perché mangiava gli occhi di tutto, anche del pesce e del coniglio. Poi ci ripensò. Quel ragazzo aveva un non so che non so. “Mi intigra”, pensò ruggendo. Avrebbe dato qualsiasi cosa per conoscerlo, tranne la mano. Quella le serviva per firmare…


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