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lecronachediunernia il blog di Emma Santo
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Curiosità
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16 novembre 2010
il piccolo VaL e l'ombelico mammone

Non aveva mai creduto alle bugie, VaL.

Le riconosceva subito, non solo per via delle gambe corte, del naso a pinocchietto che arrivava fino a metà polpaccio e del morbillo bianco che facevano venire alle unghie, e neanche perché stavano sempre lì a reggere il moccolo di cera a chi mangiava il lume di candela e poi lo starnutiva perché dà allergia se non sei un luminare, e VaL non lo era.

Erano bravi a riconoscerle tutti, così.

Invece VaL le smascherava ancora prima degli altri perché sentiva l'odore della panzana indorata e frottola lontano un miglio, mangiava come un uccellino da sempre, se non ci riusciva lui chialtri ci poteva riuscire!

E visto che chialtri abitava in un altro quartiere, VaL nel suo era ancora l'unico a cantare Vittoria, il canto della regina inglese di cui ricordava sempre e solo la melodia, perché lui dell'inglese masticava giusto qualche parola, poi puntualmente le sputava, in anticipo gli rospavano la gola, e in ritardo capiva che quel gesto non era affatto principesco, ma tutti continuavano a dirgli di sputare il rospo e lui non se lo faceva saltellare in gola due volte.

Val, dicevamo, aveva fiuto per le bugie, soprattutto per quelle grandi quanto la casa delle bugie - che poi era un bugigattolo, a sentire la verità.

Quante volte le bugie lo avevano ospitato con la scusa di un tè delle cinque tèrre, un tè speziale, alla menta piperita patty, quella con le foglie rosse piene di lentiggini.

“Mi offrono un mentatè, queste mentecatte, ma io non me la bevo la menta! Mentano loro, io non mento!”, rimuginava mettendo il broncio a tavola e lasciando poco spazio al servizio made in china, realizzato da inchiostratori incalliti alle mani.

“Ditemi la verità”, disse una volta per tutte le volte che i suoi genitori non avevano avuto il coraggio di dirgliela.

“Non è vero che mi ha portato la cicogna”.

“Beh...”, belarono perplessi sua madre, suo padre e sua nonna che passava di lì per caso e che aveva capito se era vero che gli avevano portato la cicoria, che lei sapeva bene che al piccolo VaL non piaceva mica la verdura.

“E non è vero che mi avete trovato sotto un cavolo”.

“Eh...”, sospirarono la mamma e il papà, e sospirò anche la nonna, che sotto al tavolo non lo cercava mai, eppure si nascondeva sempre là quando voleva scappare dal cucchiaio di legno che oramai conosceva il suo sedere meglio delle pentole e di quello che era costretto a mescolare.

“Allora da dove sono venuto?”, gridò nello sconcerto più totale, quello dove si suona senza musica, perciò poi tutti restano a bocca aperta e asciutta di sillabe suonate.

“Dall'ombelico della mamma”, rispose indicandoglielo (a scanso di equivoci) il papà, convincente come un dromedario che dice di riuscire a passare per la cruna di un ago [in fondo si è tolto una gobba apposta, furbo lui, mica come voi ricchi che non riuscite ad entrare nel regno dei cieli perché il portafogli ve lo dimenticate sempre sulla terra, Mister e Misscredenti!].

VaL sentiva odore di menzogna ma forse era il ragu che aveva perso l'accento francese per filarsela all'inglese da quel sugo bolognese.

“E come avrebbe fatto la mia testa così grande a passare da un buco così piccolo?”, chiese VaL sospettoso come un rinoceronte che cerca di capire chi gli ha messo le corna proprio davanti agli occhi, facendolo diventare l'unico animale strabico del pianeta terra terra.

La mamma e il papà si guardarono allibiti, la nonna invece si guardò allagata. La lavatrice era stufa di essere usata per le verdure in umido. “Non ti scaldare così tanto”, l'aveva ammonita più volte l'ammoniaca, per non parlare dell'ammorbidente che l'aveva ammorbata a dovere.

Ma lei si era stufata per modo di dire davvero, era diventata una stufa vera e propria. Così le si ruppero le acque, tanto per restare in tema con l'argomento intavolato dal piccolo VaL, che sapeva solo apparecchiare discorsi, mentre di sparecchiarli non ne voleva mai sapere.

Tutto ora rischiava di finire in una gigantesca bolla di sapone al profumo di Marsiglia che ci provava a volare, ma riusciva solo a rotolare per la casa, facendo rotolare con sé anche il papà e la mamma, la nonna, il ragu senz'accento e l'accento che se la stava svignando piano su un tronco sdrucciolo, il cucchiaio di legno, il tavolo, il cane Bù nascosto sotto il tavolo per sfuggire alla nonna che spesso scambiava la  sua pupù per il popò di VaL, l'ammoniaca e l'ammorbidente che l'avevano ammonita e ammorbata tante volte quella lì, prima che combinasse questo disastro qui.

E naturalmente rotolava anche il piccolo VaL, che però non si era arreso.

Voleva capire questa storia dei bambini e cosa c'entrassero le cicogne, i cavoli, i fiori, le api, le bocche sdentate, le teste pelate e ora anche gli ombelichi mammoni.

Prima però doveva capire come si faceva ad uscire da una bolla di sapone al profumo di Marsiglia e al gusto di tensioattivi anionici.

Magari, se avesse capito questo, sarebbe riuscito a trovare da solo una spiegazione logica a tutto il resto.

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