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lecronachediunernia il blog di Emma Santo
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Curiosità
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10 febbraio 2010
Quando la classe è acqua [Dolly va a scuola]


Il mare era pieno di banchi. C’era il banco dei pesci, il banco dei coralli, il banco di piovra, e poiché Dolly era una bambina sedeva al banco loto, che la faceva giocare sempre anche se non vinceva per un petalo.

Più di una volta, però, la piccola Dolly aveva fatto scena muta fingendosi un pesce tra i pesci e si era ritrovata dietro il banco dei pegni con due orecchie d’astice, perché un asino potrebbe nuotare solo in una leggenda metropolitana e in fondo al mare non ce n’erano di fermate.
L’alberoMaestro fece il suo ingresso trionfiale (una fiala per la caduta delle foglie, una per i ramitismi – reumatismi dei rami – e una fiala puzzolente, tanto per ridere senza senso, dato che per questo scherzetto l’olfatto gli partiva senza nemmeno salutare).
Ogni volta che spiegava restavano tutti muti come pesci appunto, quelli che si portavano il quaderno con penna e calamaro.
Quel giorno, l’alberoMaestro spiegò la tabellina del due e la tabruttina del tre, illustrò la danza dei numeri che hanno l’aritmetica nel sangue, fece la moltiplicazione dei pesci perché trovare il pane sarebbe stato un miracolo da quelle parti e assegnò un problema di alghebra.
Poi, passò all’italiano scritto italiano.
Fece un dettato su un dattero di mare che si aprì una ditta dove lavorava ad ore e divenne dittatore e dettò leggi e dette del dottore a chi era solo dotto ma non a ore per unire il duttile al dilettante e metterlo in una ditta di datteri dittatori come lui, finché qualcuno lo aprì in due mentre qualcun’altro gridava te lo avevo dittico, in una lingua morta chissà quando tanto che nessuno capì cosa stesse dicendo.
Dolly, però, preferiva di gran lunga le filastrocche. Con loro potevi rispondere per le rime senza offendere nessuno, tranne le rime stesse se te le dimenticavi, perché erano nate per essere ricordate a memoria di tempi immemori.
E poi le piaceva la canzone che per fare un tavolo ci vuole il legno per fare il legno ci vuole l’albero ma quando arrivava a questo punto l’alberoMaestro chissà perché si arrabbiava e così finiva in punizione dietro al banco dei pegni con le orecchie d’astice, giurando a se stessa che la prossima volta per fare il legno ci sarebbe voluta l’ikea, dove lavorano quelli che l’idea se la fanno venire con la K e perciò poi funziona.
Da quel banco, laggiù in fondo, Dolly guardava i suoi amici pesci e capì dal profondo del cuore e del mare che la classe non è acqua senza di loro.


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permalink | inviato da unernia il 10/2/2010 alle 23:51 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (20) | Versione per la stampa
26 gennaio 2010
Dolly del mare profondo
Dolly era una bambina come tante in un mondo come pochi, come uno a dire il vero, quello che l’aveva vista nascere in una casa con il tetto rosso fragola di bosco verde sotto un cielo blu cobalto pieno di nuvole bianche cobasse.
Aveva degli amici immaginari che le davano del lei come se fosse una signora ma solo fino alle cinque, quando l’atmosfera si scaldava e finivano per darle del tè con l’accento e con i biscotti al burro come quelli scozzesi che le piacevano tanto perché bastava mangiarli per sentirsi cornamusa di poeti traditi dall’ispirazione, che da diva che cantava d’ira funesta cambiò aria e si fece chiamare casta.
Dolly aveva una fattoria piena zeppa di zappe e zappatori zoppi e di animali che rischiavano di finire nella zuppa mentre lei si divertiva a fare zapping sui canali trasmessi dal mare che non aveva mai visto perché possedeva solo il digitale terrestre e non acquatico.
Una notte, accadde che la realtà superò la fantasia e la fantasia superò l’immaginazione e l’immaginazione superò i sogni, che però riuscirono ad arrivare primi facendo lo sgambetto all'immaginazione e alla fantasia, le due sorelle uscite di senno e di sonno.
E mentre Dolly dormiva, la sua stanzetta stava diventando una stanzattera, la cucina faceva largo ad una cabina, il portone prendeva in mano la situazione e diventava un timone, il salone prendeva il largo e si tramutava in galeone, le finestre esclamarono "oiblò!", e non ci sarebbero state le botte a bordo ma solo botti piene di succo di frutta all’ananasso di cuori che l'avrebbe data a bere ad un due di picche.
Quando si svegliò, Dolly e il mare si guardarono per la prima volta e lei restò a bocca aperta come un pesce fuor d’acqua ma senza pinne né fucili, solo con il suo colorato paio di occhiali.
Era a un tuffo dalla vita che l’avrebbe resa donna con tutti i carismi, perché chiunque l’avesse amata l’avrebbe seguita in capo al mondo, in culo alla luna e sulla coda di una stella a quattro zampe e a un.due.tre. punte, che se ne metti una in più cambi le regole di un gioco che esiste dalla notte dei tempi remoti, dove la luce non è ma fu.
Dolly fece un bel respiro profondo, mentre il mare tratteneva il vento.



4 settembre 2009
l'uomo zerbino e la donna battiscopa
Si conobbero ad una festa mascherata da festa.
Lui era vestito da agente 777 missione sottotitolata per i non udenti. Lei era vestita da wonderbra woman, paladina del reggiseno imbottito con acqua, lievito, farina, pomodoro e mozzarella, i cinque elementi dell’astrologia mediterranea che le facevano un seno da regina Margherita.

Lui aveva un occhio nero e un occhio blu, un pollice verde ed un alluce viola, a causa di un unghia in carne che non voleva dimagrire.
Lei aveva pelle di seta cinese, vellutata come uno yogurt ai fichi d’india che non fa ridere ma riduceva il gonfiore addominale e le regalava due glutei di porcellana da fare invidia a tutti i water su cui aveva dovuto sedersi per smaltire il bifidus marcuzis.
I suoi seni erano i promontori della paura di non entrare in una coppa Malena doppio strato: rigido ferretto fuori, morbido ripieno Bellucci dentro.
Aveva mani di fata, testa di zucca, la voce di un flauto magico e l’alito di topo Gigio.
Lui la guardava come se fosse una Tea. E lo era. Tea era il suo nome da nubil donna.
“Mi chiamo Adriano. Per le amiche Adri, per gli amici Ano”. Tea bussò al suo cuore e lo chiamò Drin.
Durante una gita in barca Drin poggiò l’orecchio sulla bocca di Tea che si aprì come conchiglia. “Sono mare d’inverno e d’estate, cozza il sentimento con la ragione, l’orgoglio con il pregiudizio, ma sulla sogliola di questa camera a gas che chiamate amore scoppieremo insieme, io fiocina tu pescemartello, paopazzi di passione in volto, eccitati come due aragoste ermafrodisiache, tu placido come la piovra Michele, io medusa che ti trasformerà il cuore in pietra che pomicia. Sulla mia testa avrò tentacoli per accalappiacane l’anima tua che nasconderò sotto un corpetto di pizzi e merluzzi”.
Lui ascoltava sospirato dal vento. Voleva a tutti i costi Tea, non vi avrebbe rinunciato per tutto le pecore d’oro del monte dei pascoli di Siena.
Si inginocchiò ai suoi piedi palmati di cocco, le regalò un anello con diamante da dieci cariatidi e le chiese: “Vuoi diventare la mia umile consorte, promettendo di amarmi ed onorarmi finché morte non ci separi?”. Lei starnutì gli occhi fuori dalle orbite oculistiche e ripeté infedelmente: “Io Tea delle Tee, prendo te, Drin dei Drin Drin, come tua umida contorta, promettendo di amarmi ed onorarmi, in salute e nell’ipocondria, finché morte non ti separi dal corpo”.
Il sacro vicolo del matrimonio era stato imboccato. E per Drin sarebbe stato un vicolo cieco e slovacco, come l’amante che lei si sarebbe fatta di lì a poco più lontano di là.
Con il passare dei mesi coniugati cominciarono a litigare per inerzia fisica, ruotando intorno al proprio asse da stiro mentre cercavano di capire la dinamica di tutto quel movimento inutile. Si arrovellavano su domande cripte: “Perché un chilo di pane costa quanto un litro di latte?”. Erano calcoli alimentari eppure non li sapevano risolvere.
La noia aveva l’eco di Califano che rimbombava tre volte al giorno, prima durante e dopo i pasti - noia noia noia - nella zona giorno, nella zona notte e nella zona alba&tramonto di quel loft al sesto piano Scala Mercalli.
Finché un giorno Drin affrontò la situazione di petto di pollo palestrato, calpestò l’orgoglio con un vero finto mocassino e le disse:
“Quello che due persone si fanno lo dimenticano. E se restano insieme non è perché dimenticano di aver dimenticato, ma perché perdonano il fatto che non ricordano cosa stavano dicendo”.
Aveva meno senso di un sms scritto con il TF9 (il T9 di Tiziano Ferro) ma quella proposta le sembrò indecente come quel film con Demi Moore che faceva l’amore con un milione di dollari.
“Drin ti ho mai detto che ti amo?”. Drin trasalì tutte le scale del suo cuore. “No”, rispose a voce bassifonda. “Ti amo”. “Ancora?”. “No”.
Non c’è miglior sordo di chi non ci sente e ormai Drin era un campanello rotto. Era felice come non lo era mai stato prima di credere di non esserlo mai stato.
Tea avrebbe avuto occhi solo per lui. E il culo per il resto del mondo.

19 gennaio 2008
se il mare è una tavola mangiaci su
"è che dovrei fare nuoto, me l'ha prescritto il medico della muta.
però il tempo è quello che è, anzi quello che non è..."
"beh, però al mare ci vai ..."
"di tanto in tanto. anzi, posso essere franca?"
"ma Franca non è tua madre?"
"sì. però ultimamente le somiglio."
"va bene, vada per Franca. anche se il tuo nome mi piace di più."
"bene, allora. dove eravamo rimasti?"
"da tua madre."
"ora ricordo... dicevo che al mare ci vado di tanto in tanto. beh, la verità è che ci vado di poco in poco. e ultimamente sempre meno. perciò, mai."
"capisco... e cosa sei? stile o rana?"
"una rana con stile."*


*l’ultima domanda e l’ultima risposta sono riconducibili a fatti o persone (me e la mia vicecapA) realmente esistite. anche se della mia esistenza sono la prima a dubitare.

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permalink | inviato da unernia il 19/1/2008 alle 10:30 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (13) | Versione per la stampa
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IL CANNOCCHIALE