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lecronachediunernia il blog di Emma Santo
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Curiosità
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30 aprile 2010
Il tenente che non teneva niente
Non c’era un’anima nel pub Blico, solo corpi senza vita.

“L’ennesima ecatombola! Se credono che farò il loro gioco sono fuori strada, e non mi vengano a dire che è stato un incidente”, pensò il nullatenente, il tenente che non teneva niente, eccetto la lettera M.
In quel posto dimenticato da Dio insieme ai due euro nel carrello di un supermercato, la gente spendeva il suo tempo denaro senza dover nemmeno mettere mano al portafoglio, bastava che scoccasse l’ora X. Quale fosse però era un’incognita per tutti, tranne per chi aveva un orologio con i numeri romani.

Il nullatenente aveva avuto una soffiata da chi era solito gridare ai quattro venti finché qualcuno non gli rispondeva. C’erano tredici cadaveri su quel pavimento e M capì subito che metterli allo stesso tavolo non era stata un’idea fortunata.

Mentre la proprietaria del locale gli portava un whisky doppio smalto, ché aveva da poco fatto la manicure, una strana figura si affacciò alla porta. Non era geometrica perciò il conto non quadrava e il tenente che non teneva niente ne approfittò per non pagare. Era un uomo sul cinquantino, gli si leggeva in faccia che non capiva un turbo.
“Perché è qui?”, gli domandò M.
“Sono un abituè”, rispose lui
“Ha! Lo vedi? Non capisci un’acca! Tra l’altro l’hai appena omessa, perciò ti conviene pregare”, esclamò il nullatenente, mortificato per quella consonante mancata che non ha mai voce in capitolo, soprattutto se è stato appena chiuso.
“D’accordo, vuoi che canti?”
“Canta pure che poi te le suono.”
“Mi chiamo Sam.”
“Bene, così posso suonartele ancora.”
“Cerco una donna, una di quelle con la D maiuscola e l’onna minuscola. Una donna che si chiama Donna e ha fatto un pasticcio, proprio lei che non sa cucinare.”
Sam aveva gli occhi come due fessure, utili se era in posti privi di finestra, un naso aquilino che gli dava un aspetto reale e una dentatura perfetta, per la quale doveva ringraziare l’apparecchio odontopratico, facile da mettere da togliere e da ingerire quando gli dissero che aveva bisogno di una dieta a base di ferro.
La maglietta aderente puro cotone fuori pelo umano dentro metteva in risalto il suo fisico asciutto, tipico di chi non si fa una doccia nemmeno a parlarne figuriamoci a farne.

M si accese una paglia e pensò di essere passato dalle stelle alle stalle.
“Vacca boia!”, esclamò mentre si soffermava sui prezzi di un cappuccino incappucciato con latte parzialmente latte e l’aggiunta di additivi che nessuno additava.
Sam approfittò di quella distrazione per puntargli una pistola alla schiena ma M aveva un’ernia del disco e gli bastarono 45 giri per metterlo al tappeto rosso che la cameriera faceva srotolare sotto i suoi piedi per sentirsi una Star mentre serviva il brodo.
“Adesso ti farò delle domande e tu mi darai delle risposte, poi ti farai delle domande ti darai delle risposte e se sono sbagliate hai perso, sono stato chiaro?”, sussurrò M all’orecchio che non si sentiva tanto bene.
“Cristallino”, rispose Sam con un principio di cataratta.
“Chi è Donna?”
“Una escort, ma non sa guidare.”
“Perché la cerchi?”
“Aspettava un bambino.”
“Dove?”
“All’angolo della 90° strada.”
“Di certo non è un bambino acuto… Ma almeno è figlio tuo?”
“Ne dubito. Il test di paternità dice che è tutto sua madre.”
“Se sapevi qual era il luogo dell’appuntamento perché non ci sei andato?”
“L’ho fatto, ma Donna mi ha dato buca ed io ci sono caduto dentro.”

Per M la storia si stava facendo interessante, quasi più della preistoria, quando la vita era già una ruota e se la bucavi erano cavalli amari.
Era quasi sicuro che Sam c’entrasse qualcosa con la morte di tutte quelle persone e forse anche quella Donna non era estranea ai fatti, quelli che riescono col buco come le migliori ciambelle ed i peggiori i ciambellani, volgarmente noti come palle di lord.
L’aria era diventata tesa come corda di violino, il tenente che non teneva niente cominciò a prender nota, poi arrivato al Sol trovò la chiave e si sentì un Re.

Telefonò al suo collega che lavorava alla buon costume sebbene non fosse affatto un buon nuotatore. Donna aveva la fedina penale sporca come quella di una promessa sposa infangata dalle malelingue maledicenti delle malefemmine. Aveva messo il suo corpo all’asta per fare d’alzabandiera a chi si era rassegnato alla resa del pene d’amor perduto nella trama cotonata di un boxer che abbaia ma non morde.
M si presentò da lei con un mandato a quel paese, dato che arrivava dalla città.
Donna brillava di lucciola propria, non aveva papponi perché ci teneva alla linea e proprio per questo bisognava saperla prendere. Il tenente che non teneva niente entrò in campo, lei era un gran pezzo di squillo e il cuore gli vibrò senza suoneria sotto un cielo con la luna bluetutta.

[continua...]

18 marzo 2010
In principio era il verbo, poi arrivò la coniugazione [AnteFatto]
Si chiese perché scomparire solo dalla faccia della terra, perché non scomparire anche dalle braccia, dalle mani della terra, darsela a gambe levate dalla terra e regalate alla luna che se le mette in spalla così arriva prima in capo al Mondo e magari gli fa uno shampoo anticaduta gravitazionale con impacchi di tuorlo solare e albume di nuvola sbattuta, un trattamento che è la fine del Mondo e l’inizio di una rinascita capillare, estesa anche a chi non ha i piedi per terra perché cammina col naso per aria e sebbene abbia la testa per dividere le orecchie di certo non è salutare dividerla dal resto del corpo, anche perché salutare è la parola “ciao”, a meno che il momento dei saluti non sia definitivo e allora addio, sì, è a lui che si dà il saluto più estremo, a dio, che forse aveva anche qualcosa da dire ma potrebbe farlo solo a tempo debito, che gli deve ridare indietro tutto, anche il diritto di replica sul primo satellite che ha creato, la luna, mentre gli altri non sono stati che pallide imitazioni, ma meno pallide della sua creazione, questo è chiaro come il sole, ma di tutt’altra fattezza chiaro, che quel che è fatto è fatto in fondo, e allora quasi quasi si rifà tutto daccapo, tutto come dall’inizio, si riparte dallo zero assolutto con la morte dei numeri primi, dal nulla di fatto e ancora tutto da fare, si riparte da quando non c’era proprio niente, nemmeno lui, che si è fatto da solo come uno solo dopo di lui, almeno per sentito dire ma non per visto fare, si riparte  da allora, da quando non c’era neanche lui, il creatore di tutto quello che vede sotto i suoi enormi piedi, quel grande pallone colorato pieno di nomi, cose, animali, città, come quel gioco, perché era questo in fondo, un gioco, solo che nessuno lo aveva capito, lo sapeva soltanto lui che l’ha inventato di sana pianta e di malsano frutto, e quindi coraggio! ci vuole un punto, in fondo era solo una parentesi monda, perciò ora può bastare, si va accapo, si rifà tutto e lo si rifà meglio, un Mondo rifatto a sua immagine e somiglianza, ma che aspetto abbia non lo ha mai saputo, pare lo sappiano tutti tranne lui, questo è un mistero e se deve risolverlo allora rinascerà ispettore, anzi no, tenente, un tenente che parte dal nulla, un nullatenente, sarà il tenente che non tiene niente, eccetto una lettera, l’unica cosa che gli va di salvare, il resto può anche andare a farsi benedire purché non da lui, che ora ha troppo da fare, si deve appuntare sul cuore quella M, grande come quel pallone a cui sta dando il suo primo calcio, un tiro da campione del Mondo, peccato che forse nessuno se ne starà rendendo conto.
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IL CANNOCCHIALE