.
Annunci online

lecronachediunernia il blog di Emma Santo
Cerca

Feed

Feed RSS di questo blog Reader
Feed ATOM di questo blog Atom
Resta aggiornato con i feed.

Curiosità
blog letto 1 volte


15 novembre 2009
Il Natale suona sempre due volte
Natale era alle porte, ma la casa di VaL non aveva il campanello da quando un campacavallo, passando di lì, demolì tutto quello che incontrò trotterellando da Trento in giù, facendovi però crescere l’erba, anche se quella del vicino era sempre più verde perché il vicino era sempre un giardiniere.
VaL aveva un sogno nel cassetto, ce lo aveva messo dentro una notte in cui si era svegliato di soprassalto sopralletto, sfondandolo. Era la prima volta che ricordava cosa stesse sognando, aveva il cuore in gola  e le tonsille in petto.
Ripose il sogno nel cassetto delle mutande, promettendo di prendersene cura per sempre. Ma poi accadde l’inevitabile accadibile.
Ogni notte un sogno nuovo veniva a fargli visita e lui vi riempì anche i cassetti dei calzini, delle magliette intime, delle foto ricordo e delle foto dimentico, degli album Panini che completava in un boccone, delle sette camicie sudate che conservava per lasciarsi addosso un alone di mistero, delle polo tutte rigorosamente col buco, così il coccodrillo poteva usarlo come salvagente, nel caso in cui non sapesse nuotare nel cotone.

E quando i cassetti cominciarono a gridare che non sarebbe riuscito ad entrare nemmeno uno spillo (che chissà perché non lo vuole mai nessuno), VaL cominciò a nascondere i suoi sogni ovunque: negli armadi, nello specchio senza nemmeno doverci riflettere, nella federa del cuscino, nel fodero degli occhiali per leggere da vicino, di quelli per leggere da lontano e degli occhiali per leggere dal bagno di casa sua fino al bagno del vicino che era comunque lontano.
Insomma, la sua casa era diventata da sogno. Ce n’erano anche nell’acquario, perché chi dorme non piglia pesci ma chi sogna ne piglia tanti e VaL, che aveva l’occhio da triglia e il naso a patata, sapeva sempre cosa far bollire in pentola.
Il Natale poteva bussare anche se mancava il campanello e, infatti, bussò.
VaL gli aprì, spalancando la bocca, perché da un bel po’ viveva nella sua pancia che davanti ad un buffo buffet si era fatta capanna e tale era rimasta.

“Esprimi un desiderio”, gli disse il Natale a bruciapelo e VaL che ne aveva tanti, di peli, divenne incandescente come lava di un vulcano che quando erutta non lo fa mai con la mano davanti alla bocca.
VaL sapeva bene che i sogni son desideri e le zucche possono essere carrozze se sono state piantate a Chernobyl, e si ricordò che aveva nascosto l’ultimo proprio sotto l’abete, ma ora che ci pensava – sapeva che doveva pensarci prima dell’ora in cui ci pensava, ma tant’è tanto fu –  quello era  proprio l’albero di Natale!
Forse era per questo che aveva bussato alla sua porta, senza campanello (e senza porta), voleva riprenderselo con il sogno che aveva custodito gelosamente sotto i suoi rami appesantiti da tutte quelle palle colorate.
(Per forza, poi, tutti si lamentano che il Natale è una palla!

Ci mettessero delle margherite di marzapane, dei limoni di Marzameni, delle domande di Marzullo, delle bomboniere della Marzotto. Ci mettessero diamanti che si diamano,  e che diamine: se un diamante è per sempre figuriamoci due!
Ci mettessero i trenini stufi delle rotaie, le barchette che soffrono il mare, gli elicotteri che vorrebbero essere elidatteri, gli armadilli dove mettono gli abitilli, le stelle del firmadoppiomento con la pappagorgia, perché una grande abbuffata sta sempre bene con una grande ammucchiata).
VaL stava tèrgiversando il tè verde che gli aveva prestato il vicino (quindi sempre più verde).
Aveva dato tempo al tempo, pane al pane, vino al vino ed era rimasto senza niente da mangiare né da bere e con i minuti contati sulle dita di una mano, quindi cinque.
Il Natale aspettava imperterrito, anche perché posti a sedere non ce n’erano.
Si guardarono a lungo senza scoppiare a ridere. Erano entrambi imbattibili in questo gioco, quindi passarono a darsele di santa ragione e di santo Natale, si diedero botte da orbi anche se ci vedevano piuttosto bene, finché VaL sputò il rospo che aveva ingoiato con i cra-crauti l’ultima volta che era stato a Berlino, che non gli era piaciuta perché aveva avuto la costante sensazione di parlare con un muro.
“Esprimo il mio desiderio”, disse.
Il Natale si sentì felice come una Pasqua e si rammaricò che ogni scherzo valesse solo a Carnevale, altrimenti gliene avrebbe fatto volentieri uno. “Che disdetta”, disdisse tra sé e ma. Non gli restava che ascoltare il desiderio espresso da Val.
“Voglio la luna”, intonò con voce di tintarella candida, “ma solo se posso attraversare la via Lattea in moto”.
Il Natale si stupì dello stupore più stupefacente.
Di solito gli chiedevano cose irrealizzabili come la pace nel mondo, giustizia e felicità uguale per tutti, la cancellazione dell’ipoteca sulla casa di Barbie, la pena di morte per la televisione ammazzacervelli, l’antidoto a malavita, malasorte, malasanità, malatemporacurrunt, malanotteno.

Di solito il Natale liquidava tutti con un “non è possibile" idraulico, ma stavolta pensò che poteva fare eccezione in via del tutto eccezionale.
“Sarà fatto”, disse, scomparendo nel nullafacendo con uno schiocco di dita di una sciocca di mano ed il dado fu tratto dal brodo vegetale del vicino sempre più verde anche lui, oramai (era alieno da tutti e ben gli stava quel colore).
VaL attese e l’attesa durò ore, giorni, calendari.
Il sogno svelato al Natale era l’unico rimastogli, aveva liberato tutti gli altri, desiderava solo arrivare sulla luna in moto, nient’altro. Magari anche un panino con la mortadella, ma questo era tutto.

Fu proprio quando non se l’aspettava e cominciava a temere che in realtà il Natale non esisteva e che ci aveva creduto solo perché la religione è l’oppio dei popoli e lui ne aveva fumata, evidentemente, troppa, che il Natale in persona e albero lo smentì.
E mettere una S davanti al verbo della parola menzogna, significa allontanarla per sempre.
Era tornato con il più bel regalo che VaL avesse mai ricevuto. Gli bastò chiudere gli occhi e si risvegliò bambino.
Nella sua cameretta c’era un bicchiere di latte, biscotti a forma di stella inzuppati fino alle punte, una luna funambola su un cielo nottambulo ed un mototriciclo con tre ruote motricicle ed il manubrìoblù con tante bollicine che gli facevano fare tanta plin-plin nel plan-plannolino.
Tutto era bene quel che ricominciava bene, a Natale siamo tutti più buoni persino il Natale e non esistevano più le quattro stagioni nemmeno nelle pizzerie.
Ma a VaL di tutto questo non fregava un accidenti, tanto più che non avrebbe dovuto preoccuparsi di lavarseli per un bel popò di tempo.

3 agosto 2009
letteratura
Pidocchio
Si chiamava Pidocchio.
Era nato da un’idea saltata in testa al prof. Gessetto, insegnante di biologia dei capelli sporchi che decise di sperimentare un nuovo prodotto per contrastarne la caduta sulle mattonelle bianche e creò una porzione magica di shampoo alle erbe Skunk Anansie, con estratti di zampe di gallina dalle borse delle donne che la spesa la fanno con gli occhi, e punte di creste di gallo cedrato, versatili in un bicchiere.
Chiamò la sua invenzione “Evviv dell’Orealè(ohoh)” e la testò sulla Barbie Paris Hilltown che aveva perso i capelli dopo aver fatto il gioco della treccia di Giulietta e Romeo dalla torre Eiffel. Le ricrebbero all’istantanea di una pollaroid con le patate, ed in men che non è più i suoi nuovissimi capelli biondo cenerentola cominciarono a covare millimillime uova che non si vedevano ad occhio nudo, perciò bisognava vestirlo.
Gessetto era sbaludito come un orecchio che non si sente bene.
Aspettò che le uova schiudessero la porta della nascita imminente e ben presto si ritrovò invaso da un esercito di animaletti rossi che ti attaccavano con il prurito a salve - era un prurito salutare -  e provò ad eliminarli con 100 colpi di spazzola prima di andare a dormire, ma si addormentò alla carica del 101esimo, con macchie dalmate sulle mani stanche.    
Al risveglio, quei piccoli diavoletti per capello erano scomparsi.
Non credeva più ai suoi occhi, da quando gli dissero che Michael Jackson era finito sull’isola dei morti di fama ed ora si faceva chiamare Wendi, con la i di ipsilon.
Scrutò la chioma della Barbie Paris Hilltown, lucida come il pavimento di Mastro Lindo, un caro amico che si divertiva a trattare come una pezza. Si guardò in tondo, e cadde giù per terra.
Fu rialzandosi che lo vide. Era in un angolo, rosso come il frutto della passione sbocciata tra un maracujà ed un pero, rosso marpero, con un guscio calimero  e gli occhi vispi teresi. Gli corse incontro ravvicinato del primo tipo, gli buttò le braccia al collo perché ormai non gli servivano più ed eschiamò: “Pidocchio!”.
Finalmente aveva qualcuno da accudire dall’orecchio buono. Era diventato padre di un parassita. Non riusciva ad immaginare orgoglio più rigoglioso.
Era la fotosintesi della felicità clorofigliata.


29 gennaio 2009
Doremìa ed il suo grosso grasso fondoschiena tetro (I capitolò)
Era una di quelle notti, di quelle che non dormi mai finché non mandi a cagare Vasco Rossi.
Non c’era un cane per strada, fatta eccezione per un Labrador con il rossetto rosso fuoco che gli bruciò il pelo ma non il vizio.
Era quiete prima della tempesta, sereno prima del variabile, calma prima di diventare piatta per aver messo le tette al vento senza preoccuparsi delle drammatiche conseguenze.
Doremìa so-spirava. Quel “so” anteposto era l’unica cosa che la salvava dalla morte.
“M’ama non m’ama”, chiedeva alla margarita che le ammiccava dal calice piangente. “T’ama come t’ama Rindo”, (e)ruttò la voce della coscienza in vacanza a Costa Rica. Si disse che Tamarindo era un frutto della sua fantasia e torto non aveva, ma di torte a volontà. Era già una cuoca in provetta, figuriamoci quando venne al mondo! Ed era questo il suo grasso problema. Al suo amato Miredò piacevano solo quelle con il fisico da pin up. Doremìa aveva le gambe da seven up, fonte naturale di ritenzione idrica, ma non era abbastanza per Miredò, un gasato pieno di brio senza il blu che mi piaci tu.      
Così, quella notte più interminabile della parola “interminabile”, Doremìa chiese aiuto al mago Forest Jump, famoso per saltare di palo in frasca senza rompersi l’osso del collo ma fracassandosi tutte le altre.
“Mago Forest Jump, fai un salto da me ti prego!”, gridò Doremìa  con tutto il fiato che aveva nei polmoni, prosciugandoli.
Forest Jump non se lo fece ripetere due volte bensì quattro e alla quinta bussò alla sua porta.
“Co’ sta pioggia e co’ sto vento chi è che bussa tutto contento?”, si chiese stupita la balia Daspilla. “Solo un pirla!”, rispose il mago tutto zuppo e congelato in soli cinque minuti di attesa, pronto per fare quattro salti nella padella del capitano Findus che trasformava tutti i pesci in bastoncini di polistirolo panati con la sola imposizione delle mani sulle uova e sul pangrattato.
“Finalmente giungesti!”, gridò Doremìa, illuminandosi d’incenso dopo averne masticato a volontà per bruciare il grasso superfluoro che aveva sui denti.
Mago Forest Jump conosceva i suoi polli ma non Doremìa che sembrava un animale completamente differente, sebbene mangiasse di tutto come i suoi amati volatili che non erano liberi da OGM perché OgniGiornoMangiavano a sazietà.
“Cosa ti succede, fiore di Marsiglia?”, chiese Forest Jump a Doremìa che aveva ingoiato anche una saponetta per far scivolare tutte le pene d’amor che a Nullo ha amato ma a lei mai.
“Caro mago, sin da quando ero in fasce dopo essermi scapicollata dal balcone gridando che una Red Bull ti mette le aaaaaaaaaaaa… senza poter andare oltre, Miredò è piombato nella mia testa come un pistola alle prime armi: uno sparo nel buio della mia mente che ha fulminato anche il mio cuore in un istante. Ed ora che è tutto spento, mi domando: chi potrà aiutarmi a  far luce su questo amore che non vede oltre il mio grosso grasso fondoschiena tetro”?
Se lo domandava anche il mago Forest Jump, saltando a conclusioni affrettate nonostante fretta non c’era, ma fritto a volontà! D’altronde il capitano Findus aveva sempre le mani impasta…


4 ottobre 2008
Re Arturo e i contrabbandieri di Camel (da un racconto di Cretìn de Troyes)
I capitolo

Tanto tanto fa, c’era un ragazzo baciato dalla sfortuna, che non aveva amici, a parte qualche topo che gli aveva lasciato Cenerentola prima di diventare una pornostar e cambiare il suo nome in Cenesventola, ed un novecentonovantanove piedi, perché il millesimo era scappato con la logopodista, la dottoressa che gli aveva insegnato a non inciampare nelle parole.
Questo ragazzo, di soprannome Semola e di nome Dimais, viveva con dei brutti ceffoni. Tutti i giorni ne prendeva di santa ragione tanto che gli spuntò l’aureola e finì anche sul calendario del frate che indovinava i nomi di tutti i santi. L’unico che li metteva in colonna senza bestemmiare.
Un bel dì quelli bel, incontrò Merlin, il mago nemico della prostituzione e demolitore delle case di tolleranza, dove tutti fanno qualcosa che dà fastidio e tu devi sopportare in silenzio. Con lui non esisteva più una casa chiusa. Erano tutte senza porte, oramai. Quando conobbe Merlin, Semola, che aveva il testoasteroide alle stelle, sperava che gli insegnasse i trucchi del mestiere più vecchio del mondo, così da dare sollazzo a ciò che rimava nella stessa direzione. Merlin gli insegnò, però, i trucchi di un mestiere altrettanto vecchio e altrettanto utile, quello del cuoco, trasformandolo nel mago dei fornelli. Col passare del tempo lo fece diventare anche mago delle pentole, dei piatti, del bucato e dell’azione anticalcare. Semola era felice di imparare, ma avrebbe voluto che Merlin gli insegnasse ad essere magico anche a letto. “Ma se lo rifai da dio"! esclamò il mago, che d’intel-letto ne aveva da vendere, perciò gliene era rimasto poco. Semola capì che c’era stato un quiquoqua e provò a spiegarsi con l’accento di Paperino. Finalmente a Merlin fu tutto chiaro, perché Semola era diventato anche il mago dei vetri puliti.
“Vieni con me, ti mostro una cosa”, gli disse Merlin. Semola non stava più nella pelle, in fondo mangiava così poco che gli erano rimaste solo le ossa. Merlin lo portò con sé ad una gara. “Vedi quella spada nella roccia? Chiunque  riuscirà ad estrarla diventerà re”, svelò al piccolo Semola o Semolino. Non bisognava essere un mago (e infatti Merlin che lo era non ci arrivò mai) per comprendere che diventando re avrebbe avuto tutte le donne del mondo ai suoi piedi, così Semola si lanciò sulla roccia gridando “Excansati”, e la roccia obbedì. Prendere quella spada era un gioco da ragazzi e dato che gli altri partecipanti erano tutti vecchi, vinse.
“Da oggi sarai Arturo, re dei contrabbandieri di Camel”, gli disse Merlin. “Perché Arturo?”, chiese Semola. “Perché Arturo è la quarta stella più brillante del cielo e tu difenderai il tuo regno insieme ai cavalieri dello zodiaco. Così ha scritto il sommo Cretìn de Troyes”, rispose Merlin, che alla parola ‘Troyes’ si ricordò di dover ripartire alla ricerca di Morgano, il transessuale dalla sculettata fatata.

Da quel giorno, Re Arturo ed i suoi cavalieri passavano le loro giornate quasi sempre  a tavola. L’aveva scelta rotonda, perché potevano giocare meglio al gioco della bottiglia.
Un bel dì quelli bel, uscì come pegno che Re Arturo doveva dare un bacio ad una donna. Visto che non ce n’erano in tutto il regno pensò di andare a cercarla in altri e fu così che cammina cammina, pestò una merda. “Buon segno, pensò”, pestandone altre cento finché non calpestò per errore la bella Ginestra, che per quel tanfo fece un tonfo.

Per Re Arturo fu un colpo di fulmine che incendiò il cielo, gli alberi e tutta la città. Molti l’avrebbero chiamata sfiga, ma lui lo definì amore.

sfoglia
  




IL CANNOCCHIALE