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lecronachediunernia il blog di Emma Santo
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Curiosità
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16 novembre 2010
il piccolo VaL e l'ombelico mammone

Non aveva mai creduto alle bugie, VaL.

Le riconosceva subito, non solo per via delle gambe corte, del naso a pinocchietto che arrivava fino a metà polpaccio e del morbillo bianco che facevano venire alle unghie, e neanche perché stavano sempre lì a reggere il moccolo di cera a chi mangiava il lume di candela e poi lo starnutiva perché dà allergia se non sei un luminare, e VaL non lo era.

Erano bravi a riconoscerle tutti, così.

Invece VaL le smascherava ancora prima degli altri perché sentiva l'odore della panzana indorata e frottola lontano un miglio, mangiava come un uccellino da sempre, se non ci riusciva lui chialtri ci poteva riuscire!

E visto che chialtri abitava in un altro quartiere, VaL nel suo era ancora l'unico a cantare Vittoria, il canto della regina inglese di cui ricordava sempre e solo la melodia, perché lui dell'inglese masticava giusto qualche parola, poi puntualmente le sputava, in anticipo gli rospavano la gola, e in ritardo capiva che quel gesto non era affatto principesco, ma tutti continuavano a dirgli di sputare il rospo e lui non se lo faceva saltellare in gola due volte.

Val, dicevamo, aveva fiuto per le bugie, soprattutto per quelle grandi quanto la casa delle bugie - che poi era un bugigattolo, a sentire la verità.

Quante volte le bugie lo avevano ospitato con la scusa di un tè delle cinque tèrre, un tè speziale, alla menta piperita patty, quella con le foglie rosse piene di lentiggini.

“Mi offrono un mentatè, queste mentecatte, ma io non me la bevo la menta! Mentano loro, io non mento!”, rimuginava mettendo il broncio a tavola e lasciando poco spazio al servizio made in china, realizzato da inchiostratori incalliti alle mani.

“Ditemi la verità”, disse una volta per tutte le volte che i suoi genitori non avevano avuto il coraggio di dirgliela.

“Non è vero che mi ha portato la cicogna”.

“Beh...”, belarono perplessi sua madre, suo padre e sua nonna che passava di lì per caso e che aveva capito se era vero che gli avevano portato la cicoria, che lei sapeva bene che al piccolo VaL non piaceva mica la verdura.

“E non è vero che mi avete trovato sotto un cavolo”.

“Eh...”, sospirarono la mamma e il papà, e sospirò anche la nonna, che sotto al tavolo non lo cercava mai, eppure si nascondeva sempre là quando voleva scappare dal cucchiaio di legno che oramai conosceva il suo sedere meglio delle pentole e di quello che era costretto a mescolare.

“Allora da dove sono venuto?”, gridò nello sconcerto più totale, quello dove si suona senza musica, perciò poi tutti restano a bocca aperta e asciutta di sillabe suonate.

“Dall'ombelico della mamma”, rispose indicandoglielo (a scanso di equivoci) il papà, convincente come un dromedario che dice di riuscire a passare per la cruna di un ago [in fondo si è tolto una gobba apposta, furbo lui, mica come voi ricchi che non riuscite ad entrare nel regno dei cieli perché il portafogli ve lo dimenticate sempre sulla terra, Mister e Misscredenti!].

VaL sentiva odore di menzogna ma forse era il ragu che aveva perso l'accento francese per filarsela all'inglese da quel sugo bolognese.

“E come avrebbe fatto la mia testa così grande a passare da un buco così piccolo?”, chiese VaL sospettoso come un rinoceronte che cerca di capire chi gli ha messo le corna proprio davanti agli occhi, facendolo diventare l'unico animale strabico del pianeta terra terra.

La mamma e il papà si guardarono allibiti, la nonna invece si guardò allagata. La lavatrice era stufa di essere usata per le verdure in umido. “Non ti scaldare così tanto”, l'aveva ammonita più volte l'ammoniaca, per non parlare dell'ammorbidente che l'aveva ammorbata a dovere.

Ma lei si era stufata per modo di dire davvero, era diventata una stufa vera e propria. Così le si ruppero le acque, tanto per restare in tema con l'argomento intavolato dal piccolo VaL, che sapeva solo apparecchiare discorsi, mentre di sparecchiarli non ne voleva mai sapere.

Tutto ora rischiava di finire in una gigantesca bolla di sapone al profumo di Marsiglia che ci provava a volare, ma riusciva solo a rotolare per la casa, facendo rotolare con sé anche il papà e la mamma, la nonna, il ragu senz'accento e l'accento che se la stava svignando piano su un tronco sdrucciolo, il cucchiaio di legno, il tavolo, il cane Bù nascosto sotto il tavolo per sfuggire alla nonna che spesso scambiava la  sua pupù per il popò di VaL, l'ammoniaca e l'ammorbidente che l'avevano ammonita e ammorbata tante volte quella lì, prima che combinasse questo disastro qui.

E naturalmente rotolava anche il piccolo VaL, che però non si era arreso.

Voleva capire questa storia dei bambini e cosa c'entrassero le cicogne, i cavoli, i fiori, le api, le bocche sdentate, le teste pelate e ora anche gli ombelichi mammoni.

Prima però doveva capire come si faceva ad uscire da una bolla di sapone al profumo di Marsiglia e al gusto di tensioattivi anionici.

Magari, se avesse capito questo, sarebbe riuscito a trovare da solo una spiegazione logica a tutto il resto.

25 maggio 2010
Il tenente che non teneva niente [terza e ultima - ma non terzultima - (s)puntata]
Era convinto di averli in pugno come mosche che si posano di odore in odore e le avrebbe schiacciate senza pietà, sebbene provasse sentimenti reconditi di trepidazione balsamica per quella donna con un nome che portava la femminilità in seno ma anche nelle gambe gazzelle, sulle labbra civette, tra le curve infestate da gatte morte, sulle natiche faraone che farebbero alzare la cresta a tutti i galli cedrati pronti a perdersi in un bicchierino analcolico. Quella storia stava diventando una squallida soap e lui non poteva assolutamente lavarsene le mani.
“Nullatenente!”, irruppe un insubordinato sul più “beh?”.
“Hanno trovato l’arma del delitto. Si tratta di un fucile a canne mozziconi, roba da tossici alle prime armi da fuoco. Forse un regolamento di conti pagati tutti dalla stessa persona, uno che scuciva soldi con la scusa delle mani bucate, un gangster scartato dal Big Brother perché era della Little Italy, un malandrino della malavita da non escludere con i malatempora che currunt. Insomma un poco di buono che ha fin troppo di cattivo.”
Forse la proprietaria non aveva pagato il pizzo e si trovava di fronte a una storia vecchia come quella dei merletti imbevuti d’arsenico che fa tanto film di quel regista molto bravo anche se gli davano del Capra. Ma certo! Quella donna che gli aveva dato uno scotch, probabilmente per tappargli la bocca, poteva essere l’anello mancante al dito di chi va a nozze con un caso come questo, scoprendo gli altarini con tutti i san pretini che ci sono sotto. Dove si trovava lei nel momento clou-seau? (“Quello sì che era un ispettore con tutti i cribbio!”, pensò tra sé e apperò il tenente che non teneva niente). Come aveva fatto a dimenticarsi di quella sventola tranne che d’orecchie, che gli aveva offerto un bicchiere sebbene lui avesse perso solo la brocca, per il resto non gli mancava niente? Si disse che doveva tornare in quel pub per interrogare l’unica presunta testimone oculata. Si vedeva che era sveglia, non come lui che odiava avere i minuti contati.
“Noi due abbiamo un conto in sospeso!”, lo sorprese però una voce alle spalle. Apparteneva al genere femminile, un’esemplare davvero singolare. M si voltò con il fare di chi avrebbe di meglio da fare ma fa quel che può e deve. Davanti a lei c’era la proprietaria del pub, l’avevano portata al suo cospetto e chi se lo coaspettava! La sua squadra rigava davvero dritto.
“Parli del diavolo e spuntano le donne”, rispose il nullatenente dalla proverbiale capacità di dire sempre la cosa giusta nel momento in cui la diceva. “Pensavo che offrisse la casa”, aggiunse poi con un sorriso a denti stretti ai ponti per non cadere.
“Non finga di non capire a cosa mi riferisco. Lei non sa chi sono io.”
“Si chiama Lara, porta una quinta di reggiseno coppa Malena, rigido ferretto fuori morbido ripieno Bellucci dentro, è sulla soglia dei 40 ma non è ancora entrata, ha un cane che ha chiamato Fido perché ha un marito bancario, il suo sogno era di debuttare alla Scala, peccato soffrisse di vertigini, per cui ha rinunciato alla danza e si è data all’hyppica ma i figli dei fiori erano ormai appassiti e allora ha deciso di buttarsi sul pub Blico. Un giorno un uomo alticcio, sul metro e settanta di ubriachezza, uno sbronzo come pochi le ha detto che assomiglia a Lara Croft. Da allora, ogni sabato sera mette in atto questa messinscema che ha chiamato Ecatombola Rider.”
M aveva scoperto le cartelle. Il dado era tratto e la cameriera aveva fatto srotolare di nuovo il suo amato red carpet diem.
“Capo non vale, mancava poco per risolvere il caso, potevamo vincere una batteria di pentole suonate!”, lamentò l’appuntato sul quaderno, mentre i tredici partecipanti tornavano alla vita di tutti i giochi.
“Lei sa chi è l’assassino, non è vero nullatenente?”. Lara era una in gamba, non si poteva certo dire il contrario cioè che di gambe ne avesse due, perché l’altra era stata sostituita con un mocio vileda ai tempi in cui andavano di moda i cyborg e il ballo della mattonella da lavare.
Sì, M lo sapeva. “L’assassino non può essere Sam, perché durante l’ora X era in una Y10 a cercare Donna e la prova è schiacciante come la cacca di un setter che la fa otto volte al giorno sempre alla stessa ora e sempre sullo stesso marciapiede, proprio dove l’ha pestata Sam poco prima di portare in macchina quel souvenir di una ricerca finita di merda. Devi sapere che io ho un olfatto apposta per questo tipo di annusate.
Donna, invece, aveva detto di trovarsi con un cliente ed è vero perché quel cliente ero io mascherato da bel tenentebroso. Il suo alibi è di ferro, come il pugno che mi darà ora che le ho svelato l’arcanoè.
Infine, anche lei Lara è da scartare, dato che al momento del delitto stava prendendo un’ordinazione al telefono dal mio collega che ama gli hamburger vegetariani perché sono gli unici che non si mangiano lo stomaco degli esseri umani.
Quindi l’assassino può essere solo il tredicesimo uomo, il maggiordomo che non era stato invitato all’ultima cena con i dodici apocrifi della Christie, un giallo che risorge dalle ceneriere di un clichèssia andato in fumo.”
I conti erano tornati e M rischiava di dover pagare per tutti. Un buon gioco si vede dal mattino, ormai era quasi l’alba, lui al gioco ci era stato, ora doveva andare altrove. Lo aspettava un’indagine vera, in fondo aveva affidato la sua vita al Caso, era giunto il momento di salutare quei bravi ragazzi quella buona donna quella sporca dozzina di bicchieri usati.
Il suo cercapersone lo aveva trovato, avevano bisogno di lui per risolvere una tragedia consumata durante una colazione strapazzata, un atto unico di follia ovicida. Quel giallo gli veniva offerto su un piatto d’argento, il nullatenente stava per passare dalla padella alla brace, doveva risolvere una faccenda scottante proprio ora che aveva  parecchi grill per la testa.
Era giunto da lontano il momento di partire. Dopotutto era un altro giorno ma francamente M se ne poteva anche infischiare.
 
12 maggio 2010
Il tenente che non teneva niente [seconda (s)puntata]
“Dov’era ieri notte tra l’una e le due del mattino?”
Donna sapeva che avrebbe dovuto rispondere solo in presenza del suo avvocato ma quest’ultimo era segnato sempre assente quando in appello facevano il suo nome manco gli stessero facendo la corte. Sua madre le aveva insegnato che a punto di domanda si risponde punto e basta, perciò così fece Donna, senza farsi pregare da chi a stento conosceva il padre nostro e di sicuro non la madre sua.
“Ero nella macchina di un cliente. Ho dato il cambio ad una mia collega che li fa fuori ogni volta che parte in quarta.”
“Conosce Sam? È lui che mi ha fatto il suo nome.”
Donna divenne cupola in volto: Sam lo aveva conosciuto a Roma, ma annegò quel ricordo in un no macchiato d’esclamativo che non convinse M, consapevole che una donna dice no quando vuole dire sì, sì quando vuole dire forse, forse quando vuole dire boh.
Così il tenente che non teneva niente portò quella buona donna per modo di dire Donna in questura. Lì c’era anche Sam, lupus in fabula rosa-ae pronto a diventare lapsus in tabula rasa-o non appena vide gli occhi di lei che avrebbero potuto fulminarlo in un lampo se avesse avuto l’ardire di scatenare una tempesta.
Ma Sam non aveva abbastanza fegato, dato che buona parte se lo stava pappando una cirrosi empatica, presa per solidarietà da alcuni alcolisti anonimi in nome di un’amicizia che per non tradire avrebbe fatto carte false, soprattutto se si trattava di quelle d’identità.
L’interrogatorio fu lungo e pieno di punti interrogativi. Sam non vuotò il sacco, c’era della farina dentro ma nemmeno quella era sua, sebbene le mani a impasto ce le avesse eccome.
“È lei o non è lei la Donna di cui mi hai parlato?”, incalzò il tenente che non teneva niente, nemmeno scarpe adatte all’occasione di essere calzanti.
“Chi disse Donna?”
“Tu, e hai fatto il danno, reo inconfesso del mio stivale che chiamano Italia.”
Non c’era niente che quadrasse nel perimetro di quella stanza. Dopo le precedenti affermazioni ora Sam negava di conoscere quella donna con la D maiuscola e l’onna minuscola, così M passò alle maniere forti e gliele diede di santa ragione fino a farsi venire un cerchio luminoso alla testa. Donna si inginocchiò ai suoi piedi pregandolo di smetterla ed il tenente che non teneva niente ritornò in se senza ma.  
Lei sembrava un angelo caduto dal cielo, M sentì che gli stava nascendo un amore disperato, colpa di quel profumo al gelsomino che gli faceva sbocciare dentro l’essenza di un sentimento puromme che non deve chiedere mai, perché se c’è una che chiede quell’una è lei, sì ma quanto gli avrebbe chiesto? Sebbene Donna fosse una facile quella domanda gli veniva difficile.
“Sam ed io ci siamo conosciuti a Roma”, sbottonò lei, mentre per M l’atmosfera si faceva hot come quel cane americano che ha inventato il suo panino preferito.
“A quei tempi eravamo pappa e ciccia, finché non mi sono messa a dieta. Sam mi ha tolto dalla strada e mi ha messo sul marciapiede, è stato il suo modo di dirmi tamo senza quell’apostrofo rosa che mettete nei baci insieme alle frasi sporche di cioccolato. Avevo creduto nel suo amore ciecamente, glielo leggevo in braille nel cuore. Io avevo occhi solo per lui e il mio corpo per il resto del mondo, ma Sam era geloso, “io a te ci tango” mi diceva, tirando in ballo ragione e sentimento, orgoglio e  pregiudizio…”
“Il famoso Jane Austin Power”, pensò il nullatenente senza dirlo, perché se l’avesse interrotta poteva rischiare di non trovare più il bandolo della maitresse.
“… E poi la famiglia, i figli… Così gli ho detto che ero incinta e lui si è messo a piangere come un bambino, prima che gli confessassi che non sapevo se fosse suo o di chi per lui. Allora Sam ha fatto come i coccodrilli che ho ai piedi, si è pentito di avermi trattato come l’eroina con la corona, come la sua droga queen insomma, ha alzato i tacchi di altri due centimetri per sentirsi all’altezza della situazione ed è andato via, lasciandomi al mio destino d’estinto amor che a Nullo ha amato ma a lui di più.”
Sam la guardava con aria  circospettatrice, come se davanti a sé un equilibrista stesse per perdere il filo del discorso funambolo e precipitare nell’oblio di una morte obliteratrice senza biglietto di ritorno. Donna aveva ammesso di conoscere l’indiziato e questo era già un buon indizio in una storia che sembrava senza fine. M voleva vederci chiaro, ma un moscerino nell’occhio sinistro rischiava di impedirglielo.
Ora c’era da capire perché si dovevano incontrare e perché avevano fatto fuori i clienti che erano dentro al pub Blico.

[continua...]

30 aprile 2010
Il tenente che non teneva niente
Non c’era un’anima nel pub Blico, solo corpi senza vita.

“L’ennesima ecatombola! Se credono che farò il loro gioco sono fuori strada, e non mi vengano a dire che è stato un incidente”, pensò il nullatenente, il tenente che non teneva niente, eccetto la lettera M.
In quel posto dimenticato da Dio insieme ai due euro nel carrello di un supermercato, la gente spendeva il suo tempo denaro senza dover nemmeno mettere mano al portafoglio, bastava che scoccasse l’ora X. Quale fosse però era un’incognita per tutti, tranne per chi aveva un orologio con i numeri romani.

Il nullatenente aveva avuto una soffiata da chi era solito gridare ai quattro venti finché qualcuno non gli rispondeva. C’erano tredici cadaveri su quel pavimento e M capì subito che metterli allo stesso tavolo non era stata un’idea fortunata.

Mentre la proprietaria del locale gli portava un whisky doppio smalto, ché aveva da poco fatto la manicure, una strana figura si affacciò alla porta. Non era geometrica perciò il conto non quadrava e il tenente che non teneva niente ne approfittò per non pagare. Era un uomo sul cinquantino, gli si leggeva in faccia che non capiva un turbo.
“Perché è qui?”, gli domandò M.
“Sono un abituè”, rispose lui
“Ha! Lo vedi? Non capisci un’acca! Tra l’altro l’hai appena omessa, perciò ti conviene pregare”, esclamò il nullatenente, mortificato per quella consonante mancata che non ha mai voce in capitolo, soprattutto se è stato appena chiuso.
“D’accordo, vuoi che canti?”
“Canta pure che poi te le suono.”
“Mi chiamo Sam.”
“Bene, così posso suonartele ancora.”
“Cerco una donna, una di quelle con la D maiuscola e l’onna minuscola. Una donna che si chiama Donna e ha fatto un pasticcio, proprio lei che non sa cucinare.”
Sam aveva gli occhi come due fessure, utili se era in posti privi di finestra, un naso aquilino che gli dava un aspetto reale e una dentatura perfetta, per la quale doveva ringraziare l’apparecchio odontopratico, facile da mettere da togliere e da ingerire quando gli dissero che aveva bisogno di una dieta a base di ferro.
La maglietta aderente puro cotone fuori pelo umano dentro metteva in risalto il suo fisico asciutto, tipico di chi non si fa una doccia nemmeno a parlarne figuriamoci a farne.

M si accese una paglia e pensò di essere passato dalle stelle alle stalle.
“Vacca boia!”, esclamò mentre si soffermava sui prezzi di un cappuccino incappucciato con latte parzialmente latte e l’aggiunta di additivi che nessuno additava.
Sam approfittò di quella distrazione per puntargli una pistola alla schiena ma M aveva un’ernia del disco e gli bastarono 45 giri per metterlo al tappeto rosso che la cameriera faceva srotolare sotto i suoi piedi per sentirsi una Star mentre serviva il brodo.
“Adesso ti farò delle domande e tu mi darai delle risposte, poi ti farai delle domande ti darai delle risposte e se sono sbagliate hai perso, sono stato chiaro?”, sussurrò M all’orecchio che non si sentiva tanto bene.
“Cristallino”, rispose Sam con un principio di cataratta.
“Chi è Donna?”
“Una escort, ma non sa guidare.”
“Perché la cerchi?”
“Aspettava un bambino.”
“Dove?”
“All’angolo della 90° strada.”
“Di certo non è un bambino acuto… Ma almeno è figlio tuo?”
“Ne dubito. Il test di paternità dice che è tutto sua madre.”
“Se sapevi qual era il luogo dell’appuntamento perché non ci sei andato?”
“L’ho fatto, ma Donna mi ha dato buca ed io ci sono caduto dentro.”

Per M la storia si stava facendo interessante, quasi più della preistoria, quando la vita era già una ruota e se la bucavi erano cavalli amari.
Era quasi sicuro che Sam c’entrasse qualcosa con la morte di tutte quelle persone e forse anche quella Donna non era estranea ai fatti, quelli che riescono col buco come le migliori ciambelle ed i peggiori i ciambellani, volgarmente noti come palle di lord.
L’aria era diventata tesa come corda di violino, il tenente che non teneva niente cominciò a prender nota, poi arrivato al Sol trovò la chiave e si sentì un Re.

Telefonò al suo collega che lavorava alla buon costume sebbene non fosse affatto un buon nuotatore. Donna aveva la fedina penale sporca come quella di una promessa sposa infangata dalle malelingue maledicenti delle malefemmine. Aveva messo il suo corpo all’asta per fare d’alzabandiera a chi si era rassegnato alla resa del pene d’amor perduto nella trama cotonata di un boxer che abbaia ma non morde.
M si presentò da lei con un mandato a quel paese, dato che arrivava dalla città.
Donna brillava di lucciola propria, non aveva papponi perché ci teneva alla linea e proprio per questo bisognava saperla prendere. Il tenente che non teneva niente entrò in campo, lei era un gran pezzo di squillo e il cuore gli vibrò senza suoneria sotto un cielo con la luna bluetutta.

[continua...]

18 marzo 2010
In principio era il verbo, poi arrivò la coniugazione [AnteFatto]
Si chiese perché scomparire solo dalla faccia della terra, perché non scomparire anche dalle braccia, dalle mani della terra, darsela a gambe levate dalla terra e regalate alla luna che se le mette in spalla così arriva prima in capo al Mondo e magari gli fa uno shampoo anticaduta gravitazionale con impacchi di tuorlo solare e albume di nuvola sbattuta, un trattamento che è la fine del Mondo e l’inizio di una rinascita capillare, estesa anche a chi non ha i piedi per terra perché cammina col naso per aria e sebbene abbia la testa per dividere le orecchie di certo non è salutare dividerla dal resto del corpo, anche perché salutare è la parola “ciao”, a meno che il momento dei saluti non sia definitivo e allora addio, sì, è a lui che si dà il saluto più estremo, a dio, che forse aveva anche qualcosa da dire ma potrebbe farlo solo a tempo debito, che gli deve ridare indietro tutto, anche il diritto di replica sul primo satellite che ha creato, la luna, mentre gli altri non sono stati che pallide imitazioni, ma meno pallide della sua creazione, questo è chiaro come il sole, ma di tutt’altra fattezza chiaro, che quel che è fatto è fatto in fondo, e allora quasi quasi si rifà tutto daccapo, tutto come dall’inizio, si riparte dallo zero assolutto con la morte dei numeri primi, dal nulla di fatto e ancora tutto da fare, si riparte da quando non c’era proprio niente, nemmeno lui, che si è fatto da solo come uno solo dopo di lui, almeno per sentito dire ma non per visto fare, si riparte  da allora, da quando non c’era neanche lui, il creatore di tutto quello che vede sotto i suoi enormi piedi, quel grande pallone colorato pieno di nomi, cose, animali, città, come quel gioco, perché era questo in fondo, un gioco, solo che nessuno lo aveva capito, lo sapeva soltanto lui che l’ha inventato di sana pianta e di malsano frutto, e quindi coraggio! ci vuole un punto, in fondo era solo una parentesi monda, perciò ora può bastare, si va accapo, si rifà tutto e lo si rifà meglio, un Mondo rifatto a sua immagine e somiglianza, ma che aspetto abbia non lo ha mai saputo, pare lo sappiano tutti tranne lui, questo è un mistero e se deve risolverlo allora rinascerà ispettore, anzi no, tenente, un tenente che parte dal nulla, un nullatenente, sarà il tenente che non tiene niente, eccetto una lettera, l’unica cosa che gli va di salvare, il resto può anche andare a farsi benedire purché non da lui, che ora ha troppo da fare, si deve appuntare sul cuore quella M, grande come quel pallone a cui sta dando il suo primo calcio, un tiro da campione del Mondo, peccato che forse nessuno se ne starà rendendo conto.
10 febbraio 2010
Quando la classe è acqua [Dolly va a scuola]


Il mare era pieno di banchi. C’era il banco dei pesci, il banco dei coralli, il banco di piovra, e poiché Dolly era una bambina sedeva al banco loto, che la faceva giocare sempre anche se non vinceva per un petalo.

Più di una volta, però, la piccola Dolly aveva fatto scena muta fingendosi un pesce tra i pesci e si era ritrovata dietro il banco dei pegni con due orecchie d’astice, perché un asino potrebbe nuotare solo in una leggenda metropolitana e in fondo al mare non ce n’erano di fermate.
L’alberoMaestro fece il suo ingresso trionfiale (una fiala per la caduta delle foglie, una per i ramitismi – reumatismi dei rami – e una fiala puzzolente, tanto per ridere senza senso, dato che per questo scherzetto l’olfatto gli partiva senza nemmeno salutare).
Ogni volta che spiegava restavano tutti muti come pesci appunto, quelli che si portavano il quaderno con penna e calamaro.
Quel giorno, l’alberoMaestro spiegò la tabellina del due e la tabruttina del tre, illustrò la danza dei numeri che hanno l’aritmetica nel sangue, fece la moltiplicazione dei pesci perché trovare il pane sarebbe stato un miracolo da quelle parti e assegnò un problema di alghebra.
Poi, passò all’italiano scritto italiano.
Fece un dettato su un dattero di mare che si aprì una ditta dove lavorava ad ore e divenne dittatore e dettò leggi e dette del dottore a chi era solo dotto ma non a ore per unire il duttile al dilettante e metterlo in una ditta di datteri dittatori come lui, finché qualcuno lo aprì in due mentre qualcun’altro gridava te lo avevo dittico, in una lingua morta chissà quando tanto che nessuno capì cosa stesse dicendo.
Dolly, però, preferiva di gran lunga le filastrocche. Con loro potevi rispondere per le rime senza offendere nessuno, tranne le rime stesse se te le dimenticavi, perché erano nate per essere ricordate a memoria di tempi immemori.
E poi le piaceva la canzone che per fare un tavolo ci vuole il legno per fare il legno ci vuole l’albero ma quando arrivava a questo punto l’alberoMaestro chissà perché si arrabbiava e così finiva in punizione dietro al banco dei pegni con le orecchie d’astice, giurando a se stessa che la prossima volta per fare il legno ci sarebbe voluta l’ikea, dove lavorano quelli che l’idea se la fanno venire con la K e perciò poi funziona.
Da quel banco, laggiù in fondo, Dolly guardava i suoi amici pesci e capì dal profondo del cuore e del mare che la classe non è acqua senza di loro.


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permalink | inviato da unernia il 10/2/2010 alle 23:51 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (20) | Versione per la stampa
26 gennaio 2010
Dolly del mare profondo
Dolly era una bambina come tante in un mondo come pochi, come uno a dire il vero, quello che l’aveva vista nascere in una casa con il tetto rosso fragola di bosco verde sotto un cielo blu cobalto pieno di nuvole bianche cobasse.
Aveva degli amici immaginari che le davano del lei come se fosse una signora ma solo fino alle cinque, quando l’atmosfera si scaldava e finivano per darle del tè con l’accento e con i biscotti al burro come quelli scozzesi che le piacevano tanto perché bastava mangiarli per sentirsi cornamusa di poeti traditi dall’ispirazione, che da diva che cantava d’ira funesta cambiò aria e si fece chiamare casta.
Dolly aveva una fattoria piena zeppa di zappe e zappatori zoppi e di animali che rischiavano di finire nella zuppa mentre lei si divertiva a fare zapping sui canali trasmessi dal mare che non aveva mai visto perché possedeva solo il digitale terrestre e non acquatico.
Una notte, accadde che la realtà superò la fantasia e la fantasia superò l’immaginazione e l’immaginazione superò i sogni, che però riuscirono ad arrivare primi facendo lo sgambetto all'immaginazione e alla fantasia, le due sorelle uscite di senno e di sonno.
E mentre Dolly dormiva, la sua stanzetta stava diventando una stanzattera, la cucina faceva largo ad una cabina, il portone prendeva in mano la situazione e diventava un timone, il salone prendeva il largo e si tramutava in galeone, le finestre esclamarono "oiblò!", e non ci sarebbero state le botte a bordo ma solo botti piene di succo di frutta all’ananasso di cuori che l'avrebbe data a bere ad un due di picche.
Quando si svegliò, Dolly e il mare si guardarono per la prima volta e lei restò a bocca aperta come un pesce fuor d’acqua ma senza pinne né fucili, solo con il suo colorato paio di occhiali.
Era a un tuffo dalla vita che l’avrebbe resa donna con tutti i carismi, perché chiunque l’avesse amata l’avrebbe seguita in capo al mondo, in culo alla luna e sulla coda di una stella a quattro zampe e a un.due.tre. punte, che se ne metti una in più cambi le regole di un gioco che esiste dalla notte dei tempi remoti, dove la luce non è ma fu.
Dolly fece un bel respiro profondo, mentre il mare tratteneva il vento.



8 gennaio 2010
Precari si naque, ma senza la c
[GioCoCoinCorro con Zop per Vite da Precari - cliccateci e capireteci]


SeraFino GiornoGrosso non era nato con la camicia, ma con un paio di mutande Dolce e Gabbiano che fecero di lui uccello emigrante fin dal giorno in cui la vita lo accolse con un caloroso “benvenuto” sullo zerbino del terzo mondo, perché nel primo e nel secondo c’era spazio solo per i figli di papà, e lui era nato dalla mamma.
Credeva che il lavoro nubilita l’uomo e dato che voleva sposare una nubil donna si fece in quattro per trovarne uno, così poteva mandare in giro gli altri tre e invitare i suoi amici a fare salotto, che a casa sua c’era solo una camera da letto ma non una camera da divano.
E venne il giorno, dopo la sera. E ne vennero altri trenta, e si sa che chi ha fatto trenta può fare anche trentuno, e chi ha fatto trentuno può fare salvatutti, così gli toccò essere stanato da un annuncio che rischiò di dare alla sua esistenza un giro di vite, seguito irrimediabilmente da un giro di bevute.
SeraFino GiornoGrosso pensò che rispondendo a quell’offerta di lavoro gli si sarebbe chiusa una porta e gli si sarebbe aperto un portale, perché in quel mare dove chiunque possiede una rete ma nessuno è pescatore avrebbe potuto trovare la soluzione a tutti i mali venuti per nuocere, senza sapere chi ce li avesse mandati.
“Cercasi tuttofare esperto”, diceva l’inserzione virtuale. Così, si recò al colloquio per vederci chiaro, sebbene un moscerino finitogli dritto nell’occhio storto glielo rendesse difficile.
Di tutto fare ce n’erano già sei, i tutto farisei, ma era gente d’altri templi.
La donna che lo aveva incomodato per farlo accomodare nel suo studio era in doppiopetto, ma per SeraFino GiornoGrosso di petto gliene sarebbe bastato anche uno solo. Tuttavia, quella moltiplicazione non poteva che dargli buonumore, mentre lei l’umore ce l’aveva cattivo come il suo alito che poteva far resuscitare un morto solo per la soddisfazione di vederlo morire ancora.
Gli chiese come avesse saputo di quel posto. Rispose che lo aveva visto libero e ci si era seduto sopra.
Il contratto era co.co.co, gli disse quella gallina, mentre lui tratteneva un deh esclamativo. Avrebbe fatto tutto come si confà al tuttofante che non è mai a cavallo, così come non lo era SeraFino GiornoGrosso, quando gli proposero di lavorare sette giorni su sette perché la domenica è il giorno del Signore e lui era ancora signorino.
Prima di congedarlo, quella donna gli domandò con tono militare: “Il precariato esiste?”.
SeraFino GiornoGrosso restò di sale e, dato che il sangue gli stava ribollendo da ore, pensò di apparecchiare la sua risposta migliore:
“Lo chieda al mio dentista: si sta arricchendo con le precarie! Prima che te ne accorga ti hanno strappato la vitalità dal tuo sorriso, mentre il tuo futuro è stato preso in ostaggio da un potente e da un anestetico. L’unica certezza che ti resta è che la tua vita è appesa a un filo, devi solo capire se cerato o non cerato”.

Fu così che SeraFino GiornoGrosso ottenne il suo primo e ultimo lavoro, in cui li sperimentò tutti, senza esclusione di colpe.

17 dicembre 2009
sentimenti
Andavo a cento all’ora perché c’era l’autovelox (storia di un amore metropolitano senza biglietto)
Il giorno in cui FulVia incontrò il grande amore della sua vita ultras-terrena, fu l’unico giorno che andò allo stadio.
Il cielo era di un blu esclamativo, il mare una tavola imbandita di pesci pascià: il più grande si chiamava Omar, senza l’apostrofo napoletano, un generale ottomano antenato dell’octopus, sebbene Omar non avesse mai avuto un brufolo, figuriamoci otto.
LudoVico era l’uomo della svolta e FulVia mutò d’accento ma non di pensier, facendolo saltare sulla i perché era più che certa che come FulVìa, insieme a LudoVico, avrebbe imboccato la strada giusta.
Il giorno che si incontrarono lo ricordava come se fosse ieri e infatti si erano incontrati ieri. Fu un incrocio di sguardi al semaforo delle emozioni segnaletiche che correvano oltre il limite consentito da chi vigila sull’andamento dei sensi unici, ausiliario del traffico di parole che invadono la corsia di un sentimento preferenziale, guardia giurata, senza dire lo giuro, del cuore che attraversa senza guardare un’arteria stradale nata ai bordi di periferia, come l’eros che canta ma non usa le frecce quando deve fare una manovra Hazzard.
Fu amore che non si arresta davanti allo stop della ragione, perché chi si frena è perduto e amare significa non dover mai dire: “mi dispiace, ma avevo visto quel divieto”.
FulVìa aveva guardato LudoVico dritto nei bublè oculari, musica per le cornee che gli aveva messo una vista infedele, e aveva aspettato che la raccogliesse sulla ciglia del raccordo sopracciliare per dirle che sarebbe stata la luce dei suoi occhi, finché non avesse comprato loro una lampadina.
Erano diventati come il pane e il burro, ma mancava il coltello e così si lasciarono senza aver mai consumato la passione che li ardeva perché non avevano neanche un focolare addomesticato che gli raccontasse una storia davanti al fuoco, come quelle che finiscono con un “e vissero tutti felici e contenti” senza mai specificare tutti “chi”.
FulVìa capì che era ora di voltare pagina, ma aveva già finito il libro, così si alzò, fece per aprire la porta ma quel fece per la bloccò. Si voltò a guardare LudoVico con lo sguardo perso nel nuoto che davano in tv, e capì che un parte di lei lo avrebbe amato per sempre, sebbene non avesse la minima idea di quale parte si trattasse.
Poi imboccò la strada che non aveva fame, regalò il suo accento ad uno gnu a cui avrebbe regalato volentieri anche una consonante in più se solo gliene fosse avanzata una, e girò il mondo gambe in spalla e zaino in mano, ché la diritta via era smarrita e ora cominciavano le curve.

3 ottobre 2009
l'amore ai tempi del collirio
Tutto sommato Gloria stava bene. E tutto sommato fa sempre tutto al più.
Altri tempi i tempi di Gloria, altri sogni i sogni di Gloria, altri manchi tu nell’aria le canzoni che tozzano contro il muro del suono di Gloria. Insomma chi più ne ha ce lo metta senza sottrarsi.
Gloria era bella da fare impallidire la luna che più pallida di così si muove, eppur la terra che la segue, perché senza il satellite i digiumani terrestri non sanno più che palloni prendere a calci dalle poltrone.
Era una ragazza sveglia, tranne quando dormiva. Era in gamba unica su piede solo e la sua vita era una rotula che girava sulla fortuna del bongiorno che si vedeva da quando la tivù era dal mattino e si compravano le consonanti americane, così gli italiani si potevano mettere i jeans invece dei genovs e alitarsi addosso con i chewingum e gridare ok, il prezzo è giusto anche se la Zanicchi ci aggiunge l’Iva, e fare gli yuppie nella happy hippo Milano da bere di sera prima dei pasti.
Aveva un culo che parlava, Gloria, era anolessica. Aveva occhi da cerbiatto dopo un trapianto fatto quando era solo una bambi. Aveva il passato del verbo avere, e avercene aventi anni venti. Non era gay, Gloria gayno.
Gloria cantava, era solista finché qualcuno non venne a farle compagnia. Quel qualcuno lì si chiamava Stefan, qui anche.
Gloria e Stefan entrarono subito in sinfonia, lui suonava la viola e strimpellava girasoli, lei intonava quasi sempre, stonando solo quando le consigliavano di stare in campana.
Poi Gloria e Stefan si innamorarono perdendo la mente e perduta mente si torna indietro con la memoria per ritrovare almeno i ricordi di quando si era piccoli e il tempo era solo un tic tac nelle loro mentine, quando quello che contava era uno che i numeri li sapeva dare.
Avrebbero vissuto così, due cuori e una caparra, un mutuo che parla solo alla fine del mese, il tempo che passa e gli devi qualcosa perché è un tempo debito, le fatture che nemmeno i maghi Otelma o Louise possono toglierti. Capirono che non era la vita che desideravano, ma il vitto, perché non si vive di sola aria nello stomaco.
Si diedero alla fuga a tutto gas e in pochi giorni sbarcarono il lunario.
Che bell’atmosfera che c’era lassù! Non sarebbero stati mai più con i piedi per terra, sarebbero stati figli delle stelle anche se non erano figli di Alan Sorrenti, avrebbero vissuto su un altro pianeta come extracomunitariterrestri e la disoccupazione sarebbe stata un problema alieno, non loro.
Improvvisamente il futuro non sembrava più un buco nero. Lo era.



4 settembre 2009
l'uomo zerbino e la donna battiscopa
Si conobbero ad una festa mascherata da festa.
Lui era vestito da agente 777 missione sottotitolata per i non udenti. Lei era vestita da wonderbra woman, paladina del reggiseno imbottito con acqua, lievito, farina, pomodoro e mozzarella, i cinque elementi dell’astrologia mediterranea che le facevano un seno da regina Margherita.

Lui aveva un occhio nero e un occhio blu, un pollice verde ed un alluce viola, a causa di un unghia in carne che non voleva dimagrire.
Lei aveva pelle di seta cinese, vellutata come uno yogurt ai fichi d’india che non fa ridere ma riduceva il gonfiore addominale e le regalava due glutei di porcellana da fare invidia a tutti i water su cui aveva dovuto sedersi per smaltire il bifidus marcuzis.
I suoi seni erano i promontori della paura di non entrare in una coppa Malena doppio strato: rigido ferretto fuori, morbido ripieno Bellucci dentro.
Aveva mani di fata, testa di zucca, la voce di un flauto magico e l’alito di topo Gigio.
Lui la guardava come se fosse una Tea. E lo era. Tea era il suo nome da nubil donna.
“Mi chiamo Adriano. Per le amiche Adri, per gli amici Ano”. Tea bussò al suo cuore e lo chiamò Drin.
Durante una gita in barca Drin poggiò l’orecchio sulla bocca di Tea che si aprì come conchiglia. “Sono mare d’inverno e d’estate, cozza il sentimento con la ragione, l’orgoglio con il pregiudizio, ma sulla sogliola di questa camera a gas che chiamate amore scoppieremo insieme, io fiocina tu pescemartello, paopazzi di passione in volto, eccitati come due aragoste ermafrodisiache, tu placido come la piovra Michele, io medusa che ti trasformerà il cuore in pietra che pomicia. Sulla mia testa avrò tentacoli per accalappiacane l’anima tua che nasconderò sotto un corpetto di pizzi e merluzzi”.
Lui ascoltava sospirato dal vento. Voleva a tutti i costi Tea, non vi avrebbe rinunciato per tutto le pecore d’oro del monte dei pascoli di Siena.
Si inginocchiò ai suoi piedi palmati di cocco, le regalò un anello con diamante da dieci cariatidi e le chiese: “Vuoi diventare la mia umile consorte, promettendo di amarmi ed onorarmi finché morte non ci separi?”. Lei starnutì gli occhi fuori dalle orbite oculistiche e ripeté infedelmente: “Io Tea delle Tee, prendo te, Drin dei Drin Drin, come tua umida contorta, promettendo di amarmi ed onorarmi, in salute e nell’ipocondria, finché morte non ti separi dal corpo”.
Il sacro vicolo del matrimonio era stato imboccato. E per Drin sarebbe stato un vicolo cieco e slovacco, come l’amante che lei si sarebbe fatta di lì a poco più lontano di là.
Con il passare dei mesi coniugati cominciarono a litigare per inerzia fisica, ruotando intorno al proprio asse da stiro mentre cercavano di capire la dinamica di tutto quel movimento inutile. Si arrovellavano su domande cripte: “Perché un chilo di pane costa quanto un litro di latte?”. Erano calcoli alimentari eppure non li sapevano risolvere.
La noia aveva l’eco di Califano che rimbombava tre volte al giorno, prima durante e dopo i pasti - noia noia noia - nella zona giorno, nella zona notte e nella zona alba&tramonto di quel loft al sesto piano Scala Mercalli.
Finché un giorno Drin affrontò la situazione di petto di pollo palestrato, calpestò l’orgoglio con un vero finto mocassino e le disse:
“Quello che due persone si fanno lo dimenticano. E se restano insieme non è perché dimenticano di aver dimenticato, ma perché perdonano il fatto che non ricordano cosa stavano dicendo”.
Aveva meno senso di un sms scritto con il TF9 (il T9 di Tiziano Ferro) ma quella proposta le sembrò indecente come quel film con Demi Moore che faceva l’amore con un milione di dollari.
“Drin ti ho mai detto che ti amo?”. Drin trasalì tutte le scale del suo cuore. “No”, rispose a voce bassifonda. “Ti amo”. “Ancora?”. “No”.
Non c’è miglior sordo di chi non ci sente e ormai Drin era un campanello rotto. Era felice come non lo era mai stato prima di credere di non esserlo mai stato.
Tea avrebbe avuto occhi solo per lui. E il culo per il resto del mondo.

24 settembre 2008
Olivia cresce
Oramai Olivia si affacciava alla pubertà, ma sempre dalla finestra sbagliata. Cominciava a porsi delle domande che non stavano né in cielo né in terra, infatti le trovava in mare, quando andava a pescare con i suoi cugini, che ogni volta che provavano a passarle la canna si sentivano rispondere: “Non fumo”. “Ma è una canna da pesca”, ribattevano. “Non fumo neanche la frutta”, replicava il lunedì ed il mercoledì sul Canal Grande, emittente delle tv veneziane.
Si domandava un mucchio di cose, Olivia. Ad esempio, la bislacca rende i capelli bisunti? La pelle a buccia d’arancia è fonte di vitamina C? Il sebo è il linguaggio del corpo? Le maniglie dell’amore aprono le porte del sesso? L’assorbente interno è una prerogativa delle donne che si tengono tutto dentro?
Ogni volta che provava a chiedere a sua madre lei faceva orecchie da mercante, e sebbene lì dentro ci trovasse tante risposte a prezzi stracciati, mancavano sempre quelle che stava cercando. Così, provava a confidarsi con la sua migliore amica, Franca Mente, ma non era mai davvero sicura di potersi fidare. E poi Franca la mandava spesso a quel paese senza dirle quale e così finiva per perdere la bussola. Ne aveva perse sette. Ora stava al bussol-otto.
Insieme però si divertivano, Franca le aveva insegnato un sacco di giochi. Quando erano piccole giocavano a  “mosca cieca”, mettendo le dita negli occhi delle mosche o chiudevano il suo cane Dino in un sacco, lo portavano nei boschi, lo facevano uscire dal sacco, gli lanciavano il gatto Silvestro su  un albero (da lì il nome di Pino Silvestro) e poi scappavano, fingendo per giorni di non sapere dove fosse. In questo modo potevano giocare a “sacco pieno sacco vuoto” e a “nasconDino” contemporaneamente e senza passare per il via, anche perché il Monopoli non ce lo avevano.
Crescendo, il loro gioco preferito era diventato “Indovina chi … mi trombo”? La domanda la faceva sempre Franca. Le prime volte Olivia, che non era un’esperta di musica, non indovinava mai, poi diventò bravissima. Anche perché si trattava sempre dei ragazzi che piacevano a lei. Lei di Olivia. Se solo avesse saputo suonare! “Quanto la indivio!”, esclamava ogni volta che mangiava l’insalata.
Franca era la ragazza più popolata dalla scuola, a differenza di Olivia che nessuno si filava, eccetto la sarta Berta. Tutti nominavano Franca, in qualsiasi occasione. Persino Rossella O’Hara nel film “Via col vento”. “Franca Mente me ne infischio”, quella battuta Olivia la ricordava a memoria. Come si erano conosciute non lo scoprì mai, Franca diceva di non ricordarselo ma secondo lei mentina, glielo si leggeva in bocca.   
Poi, un giorno Olivia scoprì l’amore con la L maiuscola e senza apostrofo. Lamore era il suo nuovo compagno di banca. Si erano conosciuti mentre leggeva un libretto di risparmio senza capire bene la trama. Quell’incontro fu un investimento senza macchina, ma comunque doloroso perché Lamore l’avrebbe fatta soffrire in un modo che chissàquale. La prima volta che lo vide, mentre erano in coda dietro a quella di Fidobancario, se lo sarebbe mangiato con gli occhi, perché mangiava gli occhi di tutto, anche del pesce e del coniglio. Poi ci ripensò. Quel ragazzo aveva un non so che non so. “Mi intigra”, pensò ruggendo. Avrebbe dato qualsiasi cosa per conoscerlo, tranne la mano. Quella le serviva per firmare…


4 settembre 2008
Olivia Ascolana
Si chiamava Olivia Ascolana. I suoi genitori venivano dalla lontana Frittadella, poco più a Sud del Nord, tra l’equatore d’estate e l’equinozio d’inverno, scampando ad un sol stizzoso d’autunno, perché quando le foglie cadono il vento le spazza via senza portarsi mai dietro la paletta. Olivia era bassa e tonda, aveva le lentiggini sulle guance e le lenticchie nel naso. Infilarsele era il suo gioco preferito.
Era una brava studentessa, riusciva ad impanare tutto. Matematica, storia, geografia, dislessico italiano, analisi logica del sangue da fare a digiuno, bradipologia, fonetica dei capelli che non si asciugano da soli, filologia degli aghi, fisica palestrata, barzelletta sull’atomo che si becca la mono - nucleosi, fenomenologia delle lingue paranormali che arrivano a toccarsi il mento, profilassi preservativa delle gravidanze isteriche. Una cosa che non l’entrava in testa, anche a causa delle dimensioni della figura geometrica in questione, era il teorema di Pitagora. Come si fa a costruire un quadrato sull’ipotenusa di un triangolo senza farlo scivolare? Non lo aveva mai capito, così come non riusciva a capire perché gli uomini che credevano in Dio discendessero da Adamo ed Eva, gli scienziati e le persone pelose dalle scimmie e solo lei discendeva dalla frittura mista.
Sua madre, la signora Alice Indorataefritta, un giorno le raccontò di quando da bambina si sentiva alienata come lei, anche perché era costretta a vivere su un'astronave, dato che suo padre era un nastromo, ovvero il sottoufficiale degli astromarinai. Olivia se lo ricordava bene, suo nonno, quando ogni notte, prima che andasse a dormire, le raccontava un'astronzata. Era il momento più atteso e bello della giornata. Peccato che arrivava sempre quando era appena finita.

(continuerà?)


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permalink | inviato da unernia il 4/9/2008 alle 20:25 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (8) | Versione per la stampa
25 luglio 2008
e finalmente: "toh trovata!"
Poi, finalmente, Lasperanza spalancò gli occhi. Faceva già abbastanza freddo con finestre e porte aperte, ma non le dissi nulla e rimasi in attesa. Aveva la testa tra le nuvole, lo si capiva dai capelli cotonati come ovatta. Si voltò lentamente verso di me e mi disse: “me e mi stonano come il din e il don della campana”. Non aveva nessun senso pensai, e capii che leggeva anche nel pensiero, mentre a poco a poco diventavo un libro aperto davanti ai suoi occhiali da presbiteriana. Lasperanza  sorrise per avermi colta in foie grais dopo il patè d’animo che mi aveva fatto venire. Poi gridò al vento un indovinello, una vera e propria sciarada isterica. “E’ più facile per un cammello entrare nella cruna di un ago”? Il vento, che era un bel po’ sciroccato, le portò una rosa con quattro punti cardinali con in testa quattro cappelli del prete che al posto del piede ha una zampa enorme, uno zampone, e rispose: “Forse è più facile per un dromedario, che di gobba ne ha una sola”.
Ero estranea a questi discorsi ostrici senza conchiglia, volevo capire perché Lasperanza mi aveva invitata in quel locùlo arrossendo immediatamente per aver messo un accento dove non batte il sole ma qualcos’altro sicuramente sì. Non capivo e più mi sforzavo più diventavo paonazza in volto come chi fa l’indiano anche se viene dal Giappone e tutti lo sanno per via degli occhi a mandorla ed il volto a confetto.
Finché “toh trovata!”, disse. Una lacrima mi rigò il viso, ma male perché lo rigò a caso, senza righello né squadre di geometria agonistica. Ci guardammo a lungo, in un silenzio che vale più di mille parole che solo se le conti ti stanchi di dirle e di contarle perciò stai zitto che ti conviene. E finalmente tutto era chiaro, cristallino senza accenno di cataratta. Era lei che stava cercando me, Lafantasia mi aveva persa ed ora non più. Eravamo di nuovo insieme, ci sentivamo immuni da tutto come i quattro dell’apocalisse italiana che come i quattro amici al bar volevano cambiare il mondo ma in senso peggiorativo  e ci sono quasi riusciti. Noi però volevamo cambiare solo le carte in tavola al destino, che dopo quella scala reale a chiocciola punto coma era rimasto offeso, soprattutto nell’orgoglio per la figura poco dignitosa di quella caduta disdicevole - e la si disdisse a tutti.
Adesso che Lafantasia era di nuovo al mio fianco destro e Lasperanza a quello sinistro (per ovvie ragioni non mi domandai chi ci fosse dietro), ero pronta a fare il passo più lungo della gamba. Mi ci voleva solo un piede enorme.

(finEnd)



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permalink | inviato da unernia il 25/7/2008 alle 12:54 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (6) | Versione per la stampa
20 giugno 2008
A tu tu tu con Lasperanza [troverete occupato]
Lasperanza sorrideva di un sorriso rosso lampione, come il segno che aveva sul viso dopo esserci sbattuta contro. Capii che aveva una buona novella da sfornare e aspettai che fummo a tavola per parlarle. “sai dov’è Lafantasia? la cerco e non la trovo, ho provato a fare il contrario ma trovare qualcuno senza prima cercarlo è un controsenso ed anche se ho la patente da poco so che andare controsenso potrebbe portare alla morte. e cos’è poi la morte se non la fine della vita, sebbene molti credano che la vita finisca con “ta”. se c’è del pessimismo nelle mie parole è solo perché sono pessime pessentito dire. che ne dicono di vaccate le vacche, di maialate i maiali, di ele fandonie gli ele fandi. se c’è poco sale nella mia zucca vuota è solo perché ci ho messo lo zuccaro, sai? mi piacciono le domande col punto di domanda retorico, dovrebbero farlo diverso, magari a testa in giù così capiscono che non è una domanda qualunquista. che poi la prima volta che ho sentito questa parola ho pensato che parlassero di una persona qualunque essa sia, e quella persona ero anche io che sono qualunque essa sono. ma son io e son desta, come disse Amleto quando sua madre sentì bussare alla porta e dato che non  parlava  bene il danese ma solo il danito domandò: “chi essere o non essere?”.“son io e son desto da ore. ordunque so che c’è del marcio in Danimarca, ma almeno un caffé lo si potrà bere, donna che sei una rosa tra le rose e una spina nel fianco”, rispose quoque lui, il bruto figlio suo”…  
Mentre parlavo Lasperanza sognava ad occhi aperti e dormiva ad occhi chiusi. Non capivo come ci riuscisse, ma colsi la palla al balzo che mi aveva lanciato il vicino da lontano, e proseguii con le mie riflessioni che facevano bene anche agli addominali…
(continuando…)
 
 

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permalink | inviato da unernia il 20/6/2008 alle 18:56 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (12) | Versione per la stampa
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IL CANNOCCHIALE