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Precari si naque, ma senza la c

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SeraFino GiornoGrosso non era nato con la camicia, ma con un paio di mutande Dolce e Gabbiano che fecero di lui uccello emigrante fin dal giorno in cui la vita lo accolse con un caloroso “benvenuto” sullo zerbino del terzo mondo, perché nel primo e nel secondo c’era spazio solo per i figli di papà, e lui era nato dalla mamma.
Credeva che il lavoro nubilita l’uomo e dato che voleva sposare una nubil donna si fece in quattro per trovarne uno, così poteva mandare in giro gli altri tre e invitare i suoi amici a fare salotto, che a casa sua c’era solo una camera da letto ma non una camera da divano.
E venne il giorno, dopo la sera. E ne vennero altri trenta, e si sa che chi ha fatto trenta può fare anche trentuno, e chi ha fatto trentuno può fare salvatutti, così gli toccò essere stanato da un annuncio che rischiò di dare alla sua esistenza un giro di vite, seguito irrimediabilmente da un giro di bevute.
SeraFino GiornoGrosso pensò che rispondendo a quell’offerta di lavoro gli si sarebbe chiusa una porta e gli si sarebbe aperto un portale, perché in quel mare dove chiunque possiede una rete ma nessuno è pescatore avrebbe potuto trovare la soluzione a tutti i mali venuti per nuocere, senza sapere chi ce li avesse mandati.
“Cercasi tuttofare esperto”, diceva l’inserzione virtuale. Così, si recò al colloquio per vederci chiaro, sebbene un moscerino finitogli dritto nell’occhio storto glielo rendesse difficile.
Di tutto fare ce n’erano già sei, i tutto farisei, ma era gente d’altri templi.
La donna che lo aveva incomodato per farlo accomodare nel suo studio era in doppiopetto, ma per SeraFino GiornoGrosso di petto gliene sarebbe bastato anche uno solo. Tuttavia, quella moltiplicazione non poteva che dargli buonumore, mentre lei l’umore ce l’aveva cattivo come il suo alito che poteva far resuscitare un morto solo per la soddisfazione di vederlo morire ancora.
Gli chiese come avesse saputo di quel posto. Rispose che lo aveva visto libero e ci si era seduto sopra.
Il contratto era co.co.co, gli disse quella gallina, mentre lui tratteneva un deh esclamativo. Avrebbe fatto tutto come si confà al tuttofante che non è mai a cavallo, così come non lo era SeraFino GiornoGrosso, quando gli proposero di lavorare sette giorni su sette perché la domenica è il giorno del Signore e lui era ancora signorino.
Prima di congedarlo, quella donna gli domandò con tono militare: “Il precariato esiste?”.
SeraFino GiornoGrosso restò di sale e, dato che il sangue gli stava ribollendo da ore, pensò di apparecchiare la sua risposta migliore:
“Lo chieda al mio dentista: si sta arricchendo con le precarie! Prima che te ne accorga ti hanno strappato la vitalità dal tuo sorriso, mentre il tuo futuro è stato preso in ostaggio da un potente e da un anestetico. L’unica certezza che ti resta è che la tua vita è appesa a un filo, devi solo capire se cerato o non cerato”.

Fu così che SeraFino GiornoGrosso ottenne il suo primo e ultimo lavoro, in cui li sperimentò tutti, senza esclusione di colpe.

Pubblicato il 8/1/2010 alle 22.10 nella rubrica nonSens,nonVed,nonParl.

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