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Il tenente che non teneva niente [seconda (s)puntata]

“Dov’era ieri notte tra l’una e le due del mattino?”
Donna sapeva che avrebbe dovuto rispondere solo in presenza del suo avvocato ma quest’ultimo era segnato sempre assente quando in appello facevano il suo nome manco gli stessero facendo la corte. Sua madre le aveva insegnato che a punto di domanda si risponde punto e basta, perciò così fece Donna, senza farsi pregare da chi a stento conosceva il padre nostro e di sicuro non la madre sua.
“Ero nella macchina di un cliente. Ho dato il cambio ad una mia collega che li fa fuori ogni volta che parte in quarta.”
“Conosce Sam? È lui che mi ha fatto il suo nome.”
Donna divenne cupola in volto: Sam lo aveva conosciuto a Roma, ma annegò quel ricordo in un no macchiato d’esclamativo che non convinse M, consapevole che una donna dice no quando vuole dire sì, sì quando vuole dire forse, forse quando vuole dire boh.
Così il tenente che non teneva niente portò quella buona donna per modo di dire Donna in questura. Lì c’era anche Sam, lupus in fabula rosa-ae pronto a diventare lapsus in tabula rasa-o non appena vide gli occhi di lei che avrebbero potuto fulminarlo in un lampo se avesse avuto l’ardire di scatenare una tempesta.
Ma Sam non aveva abbastanza fegato, dato che buona parte se lo stava pappando una cirrosi empatica, presa per solidarietà da alcuni alcolisti anonimi in nome di un’amicizia che per non tradire avrebbe fatto carte false, soprattutto se si trattava di quelle d’identità.
L’interrogatorio fu lungo e pieno di punti interrogativi. Sam non vuotò il sacco, c’era della farina dentro ma nemmeno quella era sua, sebbene le mani a impasto ce le avesse eccome.
“È lei o non è lei la Donna di cui mi hai parlato?”, incalzò il tenente che non teneva niente, nemmeno scarpe adatte all’occasione di essere calzanti.
“Chi disse Donna?”
“Tu, e hai fatto il danno, reo inconfesso del mio stivale che chiamano Italia.”
Non c’era niente che quadrasse nel perimetro di quella stanza. Dopo le precedenti affermazioni ora Sam negava di conoscere quella donna con la D maiuscola e l’onna minuscola, così M passò alle maniere forti e gliele diede di santa ragione fino a farsi venire un cerchio luminoso alla testa. Donna si inginocchiò ai suoi piedi pregandolo di smetterla ed il tenente che non teneva niente ritornò in se senza ma.  
Lei sembrava un angelo caduto dal cielo, M sentì che gli stava nascendo un amore disperato, colpa di quel profumo al gelsomino che gli faceva sbocciare dentro l’essenza di un sentimento puromme che non deve chiedere mai, perché se c’è una che chiede quell’una è lei, sì ma quanto gli avrebbe chiesto? Sebbene Donna fosse una facile quella domanda gli veniva difficile.
“Sam ed io ci siamo conosciuti a Roma”, sbottonò lei, mentre per M l’atmosfera si faceva hot come quel cane americano che ha inventato il suo panino preferito.
“A quei tempi eravamo pappa e ciccia, finché non mi sono messa a dieta. Sam mi ha tolto dalla strada e mi ha messo sul marciapiede, è stato il suo modo di dirmi tamo senza quell’apostrofo rosa che mettete nei baci insieme alle frasi sporche di cioccolato. Avevo creduto nel suo amore ciecamente, glielo leggevo in braille nel cuore. Io avevo occhi solo per lui e il mio corpo per il resto del mondo, ma Sam era geloso, “io a te ci tango” mi diceva, tirando in ballo ragione e sentimento, orgoglio e  pregiudizio…”
“Il famoso Jane Austin Power”, pensò il nullatenente senza dirlo, perché se l’avesse interrotta poteva rischiare di non trovare più il bandolo della maitresse.
“… E poi la famiglia, i figli… Così gli ho detto che ero incinta e lui si è messo a piangere come un bambino, prima che gli confessassi che non sapevo se fosse suo o di chi per lui. Allora Sam ha fatto come i coccodrilli che ho ai piedi, si è pentito di avermi trattato come l’eroina con la corona, come la sua droga queen insomma, ha alzato i tacchi di altri due centimetri per sentirsi all’altezza della situazione ed è andato via, lasciandomi al mio destino d’estinto amor che a Nullo ha amato ma a lui di più.”
Sam la guardava con aria  circospettatrice, come se davanti a sé un equilibrista stesse per perdere il filo del discorso funambolo e precipitare nell’oblio di una morte obliteratrice senza biglietto di ritorno. Donna aveva ammesso di conoscere l’indiziato e questo era già un buon indizio in una storia che sembrava senza fine. M voleva vederci chiaro, ma un moscerino nell’occhio sinistro rischiava di impedirglielo.
Ora c’era da capire perché si dovevano incontrare e perché avevano fatto fuori i clienti che erano dentro al pub Blico.

[continua...]

Pubblicato il 12/5/2010 alle 9.34 nella rubrica nonSens,nonVed,nonParl.

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